L’ascesa dei leader sta cambiando il mondo. Siamo entrati in una nuova fase della politica internazionale dove l’ordine è stabilito non da norme superiori o dalla ricerca del consenso, ma dalla capacità dei capi di Stato e di governo di rapportarsi con gli altri e di imporre la propria linea.

Per anni siamo stati abituati all’idea che il mondo vivesse una sorta di nuovo ordine basato su una struttura legale e politica più o meno comune e accettata. Ma oggi siamo di fronte a un ribaltamento di questi presupposti. La politica si fonda su approcci diversi, diretti. Come se la diplomazia e gli apparati burocratici fossero diventati nel tempo obsoleti o inutili. Non c’è più una struttura, un framework su cui adeguare le proprie politiche. Tutto è rimesso alla volontà di un leader.

Per esprimere una posizione, si parla direttamente con il leader dell’altro Paese, avversario o alleato, senza passare per i gangli della diplomazia. Se si vuole inviare un segnale, si bombarda una base o si muovono missili e truppe. Il diritto internazionale è diventato un ordinamento privo di qualsiasi legittimazione politica. La realtà, in definitiva, stra cambiando. E questa transizione genera opportunità ma anche rischi.

L’inizio di un nuovo ordine mondiale

Il Novecento aveva lasciato in eredità al mondo una sorta di sistema che prevedeva norme superiori a cui i governi dovevano adeguarsi. Chi non faceva parte di questo ordinamento o non voleva accettarlo, era immediatamente escluso dal consesso internazionale oppure diventava oggetti di “punizioni” da parte delle altre potenze, soprattutto dell’Occidente.  Ma si dava quantomeno l’apparenza che il mondo agisse in base a regole internazionali.

L’intensificazione di una politica più dura fra le potenze, basata sull’interesse nazionale e sull’interazione diretta fra leader che molto spesso sono privi di solide basi politiche e diplomatiche, comporta che l’ordine internazionale ne sia profondamente scosso.

Gli Stati Uniti sono un esempio perfetto di questo cambiamento. Prima, applicavano la loro politica estera basandosi su una sorta di legittimazione internazionale. Le guerre nascevano da necessità fondate sul diritto internazionale leso, sul terrorismo, su crimini di guerra. Era quell’idea di “gendarmi del mondo”, in cui tutto era fatto in funzione di uno scopo politico, ma si creava un sistema per cui esisteva alla fine un consenso internazionale a una certa campagna militare.

Adesso, la politica trumpiana ha rivoluzionato questo sistema. Oggi la Casa Bianca ha voluto destabilizzare questo apparato creando un sistema per cui se c’è un problema, o lo si risolve in maniera positiva rovesciando gli schemi, o si va allo scontro. L’interesse nazionale prevale su quello collettivo e nessuno ha più la voglia di mostrare l’America come potenza benefica. 

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Questo nuovo ordine basato sui rapporti più personali che nazionali comporta opportunità, ma anche notevoli rischi. Perché è vero che i leader possono rimuovere le ipocrisie di sistemi ormai obsoleti. Ma dall’altro lato si è entrati in un’era potenzialmente caotica. Se tutti gli Stati, dal più grande al più piccolo, iniziano a esprimere leader che superano barriere legali e di forma, si entra in una situazione difficile da gestire.

Perché le superpotenze possono dialogare da pari a pari e conoscono i rischi dello scontro. Ma potenze emergenti o Stati piccoli potrebbero anche utilizzare questo nuovo ordine per muoversi in direzioni che solo l’ordinamento internazionale può fermare. E senza un diritto o una regola comune, a doverli fermare saranno le superpotenze e i loro leader. E non tutti vorranno la pace. 

Il rapporto fra leader ed establishment

Il cambiamento dei parametri su cui si basa la diplomazia corre in parallelo anche con un mutamento del rapporto fra leader ed establishment. Gli apparati sono sempre meno importanti, perché conta la figura carismatica di chi viene eletto. Questo vale in tutti i Paesi occidentali ma non solo. Viviamo un’epoca profondamente leaderistica in cui le burocrazie cedono il passo di fronte a scelte autonome dei propri rappresentanti. O almeno così si crede.

L’incontro fra Trump e Vladimir Putin rappresenta l’apice di questo cambiamento. Due leader forti che esprimono un’idea molto alta di se stessi che si incontrano per parlare a quattrocchi di ciò che divide i rispetti Paesi. Con un presidente, Trump, inviso a buona parte dell Stato profondo americano. E martellato da una tremenda campagna mediatica semplicemente perché desideroso di incontrare il capo del Cremlino. Un incontro in cui sembrano essere venute meno non solo le forme della diplomazia, ma anche e soprattutto le idee degli apparati. 

Questo non significa che esista per forza uno scontro. Ma la personalizzazione della politica degli Stati comporta inevitabilmente o uno scontro con l’establishment, che di solito nasce dall’ascesa dei movimenti cosiddetti populisti, oppure una forte saldatura fra leader e classe dirigente, creando un blocco unico. C’è chi cerca di farlo attraverso le maniere forti, per esempio come Recep Tayyip Erdogan dopo il fallito golpe. C’è anche chi lo ottiene attraverso una forte alleanza con media e poteri forti, come Emmanuel Macron. Oppure c’è chi rappresenta il frutto di un sistema consolidato come la Cina di Xi Jinping.

Il rapporto resta comunque difficile. E l’equilibrio, in questo caso, è molto labile. Perché il rischio di far credere che un uomo rappresenti uno Stato, è elevato. Ma è del tutto evidente che il passato ha generato anche dei mostri. Quindi la precarietà del nuovo sistema non è detto che sia peggiore di quella precedente. La saldatura fra Deep State a Casa Bianca ha condotto a disastri geopolitici immani, a iniziare dalla guerra in Afghanistan, Iraq e dalle Primavere arabe. La nuova Guerra Fredda tra Russia e Stati Uniti deriva in buona sostanza da logiche con cui vivono Pentagono e grandi apparati politici americani.