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Sono in arrivo nuovi importanti tagli al bilancio della Difesa per l’anno 2019. Dopo giorni di voci che hanno fatto seguito alle parole del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, sono trapelate le prime linee di quello che sarà il disegno di legge relativo al bilancio di previsione dello Stato.

Nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri dello scorso 15 ottobre, al punto 14 si legge testualmente: “Riduzione delle spese militari – Si prevede una riduzione delle spese militari pari ai fondi necessari per la riforma dei Centri per l’impiego”. 

In ottemperanza a quanto affermato dallo stesso vicepremier recentemente, la riforma dei centri per l’impiego verrebbe a costare circa un miliardo di euro, ma è ragionevole supporre che la spesa sia superiore. Pertanto c’è da aspettarsi che la decurtazione del bilancio della Difesa per il prossimo anno ammonti a tale cifra.

Quali programmi della Difesa saranno tagliati?Camm ER

La prima vittima della scure grillina ha un nome: il programma Camm ER, acronimo di Common Anti-air Modular Missile Extended Range. 

Il sistema missilistico da difesa aerea progettato dal consorzio europeo leader nel settore Mbda (di cui fa parte anche Leonardo-Finmeccanica al 25%) doveva andare a sostituire gli attuali sistemi di Esercito, Marina e Aeronautica che sono rispettivamente lo Skyguard, Albatros e Spada, tutti basati sul missile Aspide, ormai obsoleto avendo raggiunto i 40 anni di servizio.

Il valore del programma Camm ER è di 545 milioni di euro – 95 per lo sviluppo e 450 per costi di acquisizione – spalmati tra il 2019 ed il 2031, ma che devono essere messi a bilancio programmatico subito sia nella Legge di Bilancio sia conteggiati nel Def (Documento di Economia e Finanza). 

Le ambiguità sul destino dell’F-35

Per quanto riguarda l’F-35 Lightining II, il cacciabombardiere stealth di quinta generazione che andrà a sostituire la linea composta da Tornado e Amx nell’Aeronautica Militare e da AV-8B Harrier II nella Marina Militare (in totale 250 velivoli), il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta è stata alquanto ambigua nelle sue dichiarazioni che si sono susseguite a tre mesi di distanza.

Dopo il taglio del numero di aerei acquisiti voluto dal governo Monti (da 131 a 90), le parole del ministro lasciano presagire che si intenda rivedere ancora una volta a ribasso la quantità di F-35 destinate all’Aeronautica e alla Marina. 

Voci di corridoio sostengono infatti che i 15 esemplari della versione B a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl) destinati all’Aeronautica verranno cancellati, lasciando invariato il numero dei restanti 15 destinati alla Marina e dei 60 della versione A – di cui 9 già presi in carico – per l’arma azzurra. 

Il ministro Trenta del resto, come ebbe a modo di dire via social network il 6 luglio scorso, è scettica in merito al programma. “Siamo infatti sempre stati critici del programma – ha fatto sapere il ministro – nessuno lo nasconde, proprio per questo non compreremo nuovi caccia e, alla luce dei contratti in essere già siglati dal precedente esecutivo, stiamo portando avanti un’attenta valutazione che tenga esclusivamente conto dell’interesse nazionale”.

Sibillina invece la risposta data alle accuse – peraltro non infamanti – che sono state rivolte all’esecutivo gialloverde in merito all’acquisizione dei Lrip 13 e 14 dell’F-35. 

Sempre via social il Ministro fa sapere che “sto lavorando – con grande senso di responsabilità anche verso l’indotto occupazionale e il comparto delle imprese italiane coinvolte nel progetto – per cercare di mettere ordine nel caos che ci hanno lasciato”.

Ad onor del vero per il momento il programma di acquisizione dell’F-35 procede regolarmente, come evidenziato dal Dpp (Documento Programmatico Pluriennale) 2018-2020 appena approntato dalla Difesa ma eredità della gestione Pinotti. Lo staff del ministro Trenta lo ha rivalutato e modificato in alcune aree, ma la programmazione finanziaria, compresa quella che destina, nel 2019, 766 milioni di euro (che saliranno a 783 nel 2020) per il cacciabombardiere stealth di quinta generazione rimane invariata.

Stop al “Pentagono” tricolore

Sempre il ministro Trenta fa sapere che ritiene la costruzione della nuova struttura che centralizzerà i dipartimenti della Difesa che avrebbe dovuto sorgere a Roma nel quartiere di Centocelle non necessaria per l’Italia.

Il 13 ottobre ha rilasciato una dichiarazione in cui attaccava la creazione del centro polifunzionale senza mezzi termini.
“Abbiamo deciso di sospendere dei programmi che potevano aspettare, abbiamo deciso di tagliare un progetto di cui la Difesa in questo momento non aveva assolutamente bisogno” aggiungendo che “Quando leggo che si vuole spendere un miliardo e mezzo per realizzare il Pentagono italiano e poi vedo che i nostri uomini e le nostre donne sul terreno, in Italia e all’estero, a volte non dispongono nemmeno degli equipaggiamenti necessari io mi fermo, rifletto e intervengo”.

Le criticità dei tagli al bilancio della Difesa

Nonostante i tagli non siano lineari e nonostante le rassicurazioni del Ministro Trenta che tiene a sottolineare che il governo “salvaguarderà tutto ciò che è strategico per la crescita del Paese e l’ammodernamento delle Forze Armate” la prospettiva per il 2019 non è affatto rosea per il mondo con le stellette.

Cancellare tout court il Camm ER significa affidarsi ancora agli Spada che, ahinoi, oltre ad essere arrivati alla fine della loro vita operativa risultano essere anche molto più dispendiosi nel loro esercizio proprio per questo motivo, pertanto la Difesa si troverà ad avere in dotazione un sistema missilistico costoso e sempre più inefficace contro le nuove minacce date non solo da velivoli di ultima generazione ma anche da missili da crociera e balistici di nuovo tipo. Senza dimenticare che gli Spada hanno anche una data di scadenza molto prossima posta al 2021.

Sull’F-35 abbiamo già avuto modo di dire che si tratta di una macchina rivoluzionaria che, sebbene abbia bisogno di svezzarsi, dovrà essere necessariamente la spina dorsale della nostra Aeronautica Militare in quanto non è possibile prolungare la vita del Tornado oltre il 2025, anno in cui l’ultimo esemplare sarà ritirato dal servizio attivo.

L’Italia, ma anche l’Europa, hanno ormai perso il treno per un caccia di quinta generazione e pertanto l’F-35 resta l’unica alternativa al dover continuare a utilizzare caccia di quarta generazione in un mondo in cui le difese aeree sono già due passi avanti rispetto a loro.

Il progetto del Pentagono italiano è senza dubbio procrastinabile date le contingenze ma non si può pensare di continuare con la separazione di uffici e comandi con l’inevitabile duplicazione di “scrivanie” se si vuole davvero razionalizzare lo strumento Difesa.

Sempre il Ministro Trenta ha tenuto a ribadire che “Non sarà mai, e ripeto mai, toccato un solo euro degli stipendi dei militari e dei civili della Difesa” ed è proprio questa filosofia fonte di un’ulteriore criticità.

Se si riduce il bilancio senza tagliare il personale – a proposito la riforma Di Paola 50-25-25 che fine ha fatto? – e senza ridimensionarne gli stipendi, quindi tenendo fissa quella voce di spesa, è palese che il resto delle voci di bilancio, come procurement, missioni, esercizio e soprattutto innovazione vadano inevitabilmente ad essere intaccate con tutti i rischi che ne conseguono.

Rischi che ricadranno anche sul personale impiegato in missione che si troverà a dover combattere ed affrontarne i pericoli in territorio ostile senza i mezzi all’avanguardia dei suoi colleghi di altre nazioni.

Senza citare poi il fatto che l’intero strumento difensivo sarà soggetto ad una sempre più rapida obsolescenza dovuta all’usura dei vecchi mezzi che, giocoforza, causerà una maggiore manutenzione che non potrà essere effettuata per via dei tagli. Il classico cane che si morde la coda.

Le sfide per il futuro

Investire nella Difesa non significa sprecare denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato per creare lavoro o per il sociale, significa operare scelte oculate che servono a rendere l’Italia un Paese importante ed autorevole nel consesso internazionale.

Il panorama geostrategico globale odierno ci impone di essere all’avanguardia non solo perché facenti parte della Nato, ma perché si stanno riaffacciando nazionalismi di potenze medie e grandi che vanno a contrastare il predominio degli Stati Uniti in diversi scacchieri, non ultimo quello Euro-Mediterraneo dove, oltre alla Russia, si è affacciata con prepotenza la Cina, vero avversario di Washington e dei suoi Alleati.

Certe sfide si vincono con investimenti e “facendo rete” con i nostri partner europei – com’era il progetto Camm ER sviluppato con il Regno Unito – e vanno viste come un’assicurazione sulla vita della stessa nazione, che deve pensare non solo di essere una propagine dell’Europa ma di essere una Penisola in un Mediterraneo allargato che va dal Golfo di Guinea sino al Mare Arabico. 

Per questo occorre guardare con interesse a progetti come il caccia Tempest recentemente presentato al salone di Farnborough che rappresenta una perfetta soluzione per un velivolo di sesta generazione che vada a sostituire gli Eurofighter Typhoon, stante il fatto che, ad oggi, del programma britannico non se ne conoscono i dettagli e pertanto non è dato sapere se possa anche essere una valida alternativa all’F-35. Oppure occorre investire in quel progetto europeo che ci permetterà finalmente di costituire un serio network di industrie della Difesa che si chiama Pesco e che richiederà ulteriori fondi. 

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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