La corsa verso la Brexit non si è conclusa lo scorso 23 giugno. Tutt’altro. Quella data rappresenta l’inizio di una “battaglia” legale, politica e mediatica tra il governo inglese, i cittadini del Regno Unito pro Brexit contro il resto del mondo. All’inizio c’è stato il terrorismo psicologico fatto dal mondo finaziario, che non ha prodotto alcun risultato tangibile. In seguito i cittadini britannici hanno dovuto assistere inermi ad un crollo pilotato della sterlina, dovuto ad un “errore” di alcune macchine (automated trades) di Tokyo. Una minaccia, che fortunatamente è subito rientrata senza rilevanti strascichi. Non è finita qua. È arrivato poi il momento di gloria di Gina Miller, fund manager della SCM Director, una società londinese colosso degli investimenti finanziari. La top manager della guyana ha infatti presentato un ricorso all’Alta Corte di Londra sulle procedure da svolgere per la Brexit. Secondo Gina Miller la Camera dei Comuni britannica si dovrebbe ancora esprimere sulla fattibilità della Brexit, quando invece i trattati internazionali dovrebbero essere prerogativa esclusiva del Governo. L’Alta Corte si è espressa a favore della top manager e dunque la decisione finale verrà presa dalla Corte Suprema nel prossimo mese di gennaio. La decisione dell’Alta Corte ha spaccato ancor di più il Paese, i toni usati da alcuni media nel commentare la vicenda non sono stati lievi. Il Dailymail, il giorno seguente la decisione, uscì in prima pagina con i volti dei giudici dell’Alta Corte con il titolo “Enemies of the people” (“nemici del popolo”).Le difficoltà della trattativa con l’UeNonostante le procedure relative alla Brexit siano dunque formalmente congelate almeno fino a gennaio, il governo di Theresa May sta portando avanti le trattative con Michel Barnier, il negoziatore incaricato dall’Ue ed ex Ministro francese. Anche queste sembrano però avere più di alcuni ostacoli. Il negoziatore Barnier non è stato scelto a caso dai vertici di Bruxelles, in quanto ha già improntato la trattativa su una linea dura nei confronti della controparte britannica, non sono dunque ammessi compromessi. Uno dei nodi centrali sarebbe il vincolo tra la scelta di rimanere nel mercato comune e il mantenimento della libertà d’immigrazione, rimanendo dunque sotto la giurisdizione della Corte europea di Giustizia, come riportato da Bloomberg. Un compromesso difficile da accettare per Theresa May, che nella campagna referendaria per la Brexit, ha puntato molto sulla critica dei vincoli Ue all’immigrazione e alle conseguenze sociali che essa ha portato nel tessuto urbano della Gran Bretagna. Un’altra questione non semplice da sciogliere riguarda invece le differenti correnti all’interno del gruppo pro Brexit. Da una parte ci sono coloro che propendono per una permamenza nel mercato comune, sul modello norvegese, come il Cancelliere dell’Esecutivo Philip Hammond e il Segretario di Stato per l’uscita dall’Ue David Davis. Dall’altra c’è quella che viene chiamata “hard line Euro-skeptics” (linea dura degli euro-scettici), cui fa capo il Segretario di Stato per gli Affari Esteri Boris Johnson. L’ex sindaco di Londra preferirebbe l’uscita del Regno Unito dal mercato unico e la ratifica di nuovi trattati di partenariato commerciale. Sono dunque ancora molti i dubbi da sciogliere e l’atmosfera non sembra voler aiutare un negoziato rilassato, con l’obiettivo di arrivare ad una soluzione accettabile per tutti. Il negoziatore Barnier ha già infatti annunciato che il tempo di procedura per la Brexit è poco, 18 mesi, invitando così il Governo May a trovare un accordo sulle richieste e che la notifica di avvio dei negoziati debba arrivare entro marzo.La guerra mediatica contro il Regno UnitoNell’attesa della sentenza decisiva della Corte Suprema ci pensano i media europei e internazionali a mettere pressione sui politici e sui cittadini britannici. Bloomberg è uscito oggi con questo titolo-panico “L’occupazione nel Regno Unito è in calo per la prima volta da più di un anno”. In realtà l’articolo rivela come il tasso di disoccupazione giovanile sia calato nell’ultimo anno dal 5.2% al 4.8%, secondo l’Office for National Statistics. Nello stesso articolo si riporta poi che il numero di stipendi erogati secondo regolari tempistiche è aumentato del 2.6%, il dato più alto dall’agosto 2015, mentre la crescita dei salari reali continua al ritmo dell’1.7%. Vien dunque da chiedersi quale sia la connessione tra il titolo scelto e il contenuto dell’articolo. Sul blog di Repubblica usciva invece lo scorso 11 dicembre un trafiletto di poche righe in cui si afferma che la Brexit “porterà più burocrazia alle aziende britanniche…60 milioni di pezzi di carta in più da compilare”. L’organizzazione che ha condotto questo studio è la Open Britain, una think tank britannica schierata apertamente per il Remain. Il suo Presidente Roland Rudd oltre che essere sempre stato un europeista convinto è anche fondatore e presidente della Finsbury, compagnia di pubbliche relazioni specializzata nei servizi finanziari. Tra i suoi clienti si può leggere The Royal Bank of Scotland, che subì perdite per 1,08 miliardi di sterline proprio poco dopo la Brexit, come riportato da Wall Street Italia. La “guerra” contro quel Regno Unito che ha vinto il Referendum pare dunque essere solo all’inizio.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE