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Quasi mezzanotte, distretto di Shimbashi, quartier generale di molte grandi società a Tokyo. Decine di uomini vestiti di nero, sguardo perso, barcollanti; alcuni con la camicia bianca fuori dai pantaloni, cravatta penzoloni, capelli spettinati. Soli, ubriachi di alcol e di lavoro. Molti di loro ritornano in ufficio, magari dopo essere passati da un konbini, un grande magazzino, per acquistare una camicia pulita. Prendi la metro a Minato-ku, hub commerciale e sede di grosse compagnie dell’hi-tech; già al mattino nei vagoni sono decine i giovani che dormono, la testa appoggiata sulla spalla dell’altro, qualcuno anche in piedi, sembrano strafatti dopo una notte di eroina, ma sono drogati di lavoro all’ultimo stadio, hanno appena lasciato la scrivania. Perché di lavoro in Giappone si muore, attacchi di cuore, collassi da stress, incidenti stradali. Solo i suicidi, secondo l’ultimo dato fornito dal ministero dell’Interno, sono circa duemila ogni anno, e si tratta unicamente dei suicidi documentati perché le famiglie hanno fatto causa e ottenuto un risarcimento provando che chi si è tolto la vita aveva accumulato almeno cento ore di straordinario nel mese precedente.

Una piaga sociale, cominciata alla fine degli anni Sessanta, quando i salari erano bassi e i giapponesi si ammazzavano di lavoro per incrementare la busta paga. Un fenomeno che da allora si chiama karoshi: non si traduce come stakanovismo, ma come «morte per eccesso di lavoro», vera e propria sindrome, codificata anche giuridicamente. L’ultimo caso quello di Miwa Sado, 31 anni, una reporter della rete Nhk che sino a un mese prima di morire per complicazioni cardiache aveva lavorato 159 ore di straordinario, due soli giorni liberi. Il caso aveva scosso l’opinione pubblica, mentre uscivano sempre nuove testimonianze sulle condizioni lavorative della giornalista. Ma l’emittente ha dato la notizia che Miwa era morta di karoshi solo ora, quattro anni dopo, perché i genitori, in seguito all’ennesima rivelazione, hanno indetto una conferenza stampa chiedendo che ciò che è accaduto alla figlia serva per indurre il governo e le aziende a prendere provvedimenti.

Il lavoro in Giappone debilita l’uomo, fino a ucciderlo. Nel 2016 aveva commosso il caso di Matsuri Takahashi, 24 anni. Impiegata nella famosa agenzia di pubblicità Dentsu. Cercava di mostrarsi incrollabile, non mollava; 105 ore di straordinario al mese. «Sono le quattro di notte, il mio corpo trema», scrisse via twitter una notte. Alle 4.30 ne scrisse un altro: «Voglio morire, sono così stanca». Era la notte di Natale e si gettò dal settimo piano. La compagnia ha provato a patteggiare, ma il tribunale ha rifiutato. L’amministratore delegato Toshihito Yamamoto ha dichiarato la colpevolezza della società, ha chiesto scusa e ha promesso provvedimenti. Ma la pena non è andata oltre a un’ammenda di quattromila euro. Mentre Yamamoto, volontariamente, si è tolto il 20% dello stipendio per sei mesi.

Il governo del premier Shinzo Abe sta cercando di trovare soluzioni, di riformare lo stile di vita dei giapponesi. Ha per esempio proposto alle compagnie private d’istituire il Venerdì Premio, cioè d’incoraggiare ogni ultimo venerdì del mese i lavoratori a uscire alle 3 del pomeriggio. Così come d’usufruire delle ferie, che in Giappone sono di circa venti giorni l’anno, ma ben il 50 per cento dei lavoratori vi rinuncia. Anche la pubblica amministrazione prova a correre ai ripari. Yuriko Koibe, il governatore di Tokyo, ha proibito agli impiegati di rimanere in ufficio oltre le otto di sera. Al municipio di Toshima le luci vengono spente alle sette. «Chi vuole lavorare è costretto a stare al buio, bisogna dare segni visibili di dissuasione», dice il sindaco Hitoshi Ueno. La Dentsu, dopo il caso di Matsuri, spinge i lavoratori a prendersi almeno cinque giorni di vacanza ogni sei mesi e le luci vengono spente alle 10 di sera. Altre società incentivano gli straordinari al mattino. Un gruppo di cliniche private ha disposto che chi entra in straordinario debba indossare un cappellino viola, di modo da rendere visibile la fine del turno, così che nessuno si possa «imboscare» nel superlavoro.

La dipendenza da straordinario non è solo una questione di salute pubblica, quanto di mentalità. Si lavora fino a rischiare la vita non tanto per denaro, ma per un’ossessione etica, un senso di dignità sociale portato all’estremo. Uscire dall’ufficio prima del boss è vissuto come una colpa, farsi sostituire da un collega una vergogna, la vacanza un abuso. La compagnia è vista come una squadra, chi molla anche un attimo non ha spirito di gruppo. Oltre il 20% di diecimila intervistati da un’agenzia del ministero del Lavoro hanno dichiarato di lavorare almeno 80 ore settimanali di straordinario. Negli Stati Uniti la media delle 50 ore settimanali, il massimo consentito per legge, riguarda il 16 per cento dei lavoratori, in Gran Bretagna il 12,5, in Francia il 10,4. In Italia il tetto legale è annuale: 250 ore, e riguarda il 15 per cento dei lavoratori.

La sindrome giapponese colpisce soprattutto i giovani, in un Paese dove la domanda d’impiego aumenta proporzionalmente al calo demografico e alle percentuali da record d’invecchiamento (tanto che Abe, tra le polemiche, ha aperto alla manodopera straniera). Un’addiction da scrivania e mouse, pranzi che non sono pause, cene consumate in ufficio; lo stress s’accumula nel corpo e nella mente, si muore per sfinimento o d’infarto davanti a un monitor. In giugno ha occupato le prime pagine il caso di Naoya, 27 anni. Lavorava in una compagnia telefonica. Il computer era la sua passione. Dopo sole due settimane, ha raccontato la madre, qualcosa già non andava. «Era venuto a casa mia per il funerale di uno zio, si mise un attimo a letto e non ci fu modo di farlo rialzare. Diceva che era stanco, che voleva dormire. Veniva da 37 ore di fila di lavoro». Si è scoperto che Naoya non rincasava quasi mai, ma dormiva qualche ora sulla scrivania. È morto dopo due anni, il cuore ha ceduto. Posse, un’organizzazione non governativa che si batte contro il karoshi, sostiene che oltre un quarto delle aziende impongono la media di 80 ore di straordinari la settimana – che è il limite oltre il quale i sindacati hanno stabilito il rischio morte e che nel 40 per cento dei casi non sono retribuiti. Il 12% delle aziende superano le cento ore. La loro ossessione è quella del profitto immediato e della produttività. Peccato che il Giappone sia il paese meno produttivo tra quelli del G7: genera 39 dollari di Pil per ora lavorativa, contro i 62 degli Stati Uniti. Un risultato dovuto anche all’inefficienza del sistema e al basso uso della tecnologia, ma principalmente allo scarso rendimento dei giapponesi: è stato provato che dove si è riusciti a vincere la cronica dipendenza da straordinario le aziende sono cresciute. Macinare ore su ore alla scrivania, rinunciare alla vita privata e al tempo libero, danneggia la performance e quindi il profitto. Un’inchiesta del South China Morning Post ha verificato come sempre più aziende giapponesi spingano i lavoratori a prendersela comoda. «Le buone idee vengono quando i meeting non superano l’ora e mezzo», ha detto un amministratore delegato, «il lavoro diventa produttivo se è bilanciato con una vita privata serena». Il giornale lancia però un allarme: la sindrome giapponese sta dilagando in Cina e Corea del Sud.

Marzio G. Mian