Nuove proteste infiammano l’Iran. A poche settimane dalle rivolte dei dervisci a Teheran, è ora la volta della minoranza araba del Khuzestan. In questa provincia occidentale, a ridosso del confine iracheno, vive la popolazione arabofona degli Ahwadi. Migliaia di persone sono scese in piazza negli ultimi giorni per protestare contro l’emarginazione dei cittadini iraniani di origine araba. I manifestanti denunciano il tentativo da parte dello stato di cancellare la loro identità araba oltre che continue forme di discriminazione, più o meno evidenti. Ci sono stati scontri con le forze di sicurezza iraniane e con le milizie basiji giunte a sedare la protesta. Fonti locali affermano che la polizia ha utilizzato lacrimogeni e armi da fuoco e arrestato almeno ventisei persone. A dare risalto alla protesta sono stati, tutt’altro che casualmente, i principali quotidiani arabi.
Al momento la situazione, pur tesa, sembra essersi sostanzialmente calmata, ma negli occhi dell’establishment iraniano restano le immagini delle proteste degli scorsi mesi che hanno fatto il giro del mondo. Un’escalation di violenza non farebbe che propagare il malcontento che serpeggia nel Paese. Nelle orecchie degli osservatori, non restano inascoltate le parole di John R. Bolton. Il nuovo falco di Trump ha auspicato un “regime change” in Iran nel più breve tempo possibile. Le rivendicazioni delle minoranze etniche in Iran sono un’arma che potrebbe tornare utile ai detrattori della Repubblica Islamica. Che sia la rivolta degli Ahwazi la miccia giusta per far esplodere la bomba sotto i piedi degli Ayatollah?
A scatenare le proteste è stato un programma per bambini andato in onda alla vigilia di Nowruz, il capodanno persiano. Durante lo spettacolo sono state utilizzate bambole vestite con abiti tradizionali per illustrate le varie etnie che abitano l’Iran e che ne arricchiscono il variopinto tessuto culturale. La bambola posta nella regione del Khuzestan però, non vestiva alcun abito arabo, come se la minoranza Ahwadi non esistesse. “Il governo iraniano spende milioni in strategie d’intelligence, quello che è successo in quello show non è stato un incidente, è stato studiato a fondo.” Ha detto l’attivista ed ex prigioniero politico Walid Neissi, in un’intervista rilasciata al quotidiano arabo al-Arabiya. “È ridicolo pensare che gli iraniani non sappiano che ci sono milioni di arabi che vivono in Iran”. Gli arabi d’Iran sono circa otto milioni (2% della popolazione), la maggior parte dei quali vive nelle regioni del Fars, del Khorasan e del Khuzestan.
Ovviamente non basta questo fatto a giustificare la rabbia della minoranza araba. Le motivazioni sono diverse: la prima è di ordine economico e interessa in generale tutto l’Iran. Il Khuzestan così come altre zone del Paese, sta affrontando una crisi idrica spaventosa. Le discriminazioni settarie non hanno fatto che acuire l’astio nei confronti del governo Rohani accusato su più fronti di una cattiva gestione delle risorse idriche. Secondo una recente indagine effettuata dall’Iranian Soil Science Association, il suolo iraniano si sta inaridendo a una velocità superiore di quasi tre volte rispetto alla media mondiale. La città di Abadan, vera e propria capitale del petrolio iraniano è tra quelle che più sta subendo la mancanza d’acqua. Le strategie attuate dal governo hanno peggiorato la situazione: diversi corsi d’acqua, in particolare quelli presenti in Khuzestan, sono stati forzatamente deviati riducendo ulteriormente l’approvvigionamento nelle campagne e nei villaggi più poveri.
La seconda questione riguarda invece più da vicino le minoranze arabe dell’Iran. Nell’ultimo decennio le regioni in maggioranza araba sono state investite da una crescita inspiegabile di migrazione non araba. Gli attivisti ritengono che questa migrazione interna sia sostenuta dal governo centrale per interrompere la crescita demografica degli Ahwazi. Nel 2014 fu reso pubblico un documento statale intitolato “Piano di azione per la sicurezza della provincia del Khuzestan” in cui erano evidenziati tre punti principali:
Enfatizzare il cambiamento della composizione demografica delle regioni arabe in Iran.Giro di vite contro gli attivisti arabi Ahwazi.Vietare raduni e proteste.
L’autenticità del documento non è mai messa in discussione dalle autorità statali. D’altronde non c’era alcun motivo di nascondere la preoccupazione della Guida Suprema nei confronti degli Ahwazi. Dal 1979, con alterne fortune, la minoranza araba ha sempre combattuto contro il governo centrale chiedendo più autonomia o addirittura l’indipendenza. È non sono nemmeno un mistero le simpatie che le potenze ostili all’Iran nutrono per questa minoranza araba.
Per decenni le ragioni degli Ahwazi sono state supportate dagli inglesi, dagli americani e perfino da Saddam Hussein. Furono militanti dell’Organizzazione per la Liberazione dell’Ahwaz ad attaccare l’ambasciata iraniana a Londra nel Maggio del 1980. Gli stessi, aiutati finanziariamente da Saddam, andarono a ingrossare le fila dell’esercito iracheno durante la guerra Iran-Iraq. Nel Giugno del 2005, militanti dell’AARP (Ahwaz Arab Renaissence Party), movimento con base in Canada e supportato da potenze occidentali, si rese responsabile di sanguinosi attacchi dinamitardi simultanei in tutto il Paese. La Repubblica Islamica ha reagito con durezza nei confronti di questi gruppi separatisti riducendone notevolmente la capacità di azione. Ciò che sta avvenendo in Khuzestan potrebbe rivelarsi soltanto una sterile protesta senza alcuna grave conseguenza per la stabilità del regime iraniano.
Questa settimana però è accaduto qualcosa che è passato incredibilmente sotto silenzio. L’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli non Rappresentati (UNPO) ha organizzato un seminario dal titolo “Nessuna democrazia in Iran senza il riconoscimento delle minoranze”. All’incontro hanno partecipato rappresentanti di tutti i partiti politici in aperto contrasto con il governo iraniano e messi fuorilegge a causa di attività illegali: Curdi iraniani, Baluci, oltre a rappresentanti del Lurestan, dei Bakhtiari e, ovviamente degli Ahwazi. Alla fine del meeting è stata stilata una relazione finale che ha, in realtà, il sapore di una dichiarazione d’intenti.
Oltre a bollare il programma nucleare iraniano come “minaccia globale” e denunciare la presenza di Pasdaran in Siria, Yemen e Iraq, al punto due si legge quanto segue: “Poiché la realizzazione dei diritti dei nostri popoli è impossibile sotto questo regime, il rovesciamento della Repubblica islamica dell’Iran è una necessità storica riconosciuta da tutti. […] Il nostro partito e tutte le altre coalizioni alleate sottolineano la necessità di un cambio di regime con mezzi pacifici e lontani dalla violenza e per l’istituzione di un governo federale democratico in Iran. Con la presente dichiariamo il nostro pieno sostegno e la partecipazione attiva ai movimenti sociali in corso, manifestazioni delle sofferenze e dei disagi di gran parte della società iraniana. Appoggiamo, dunque, tutti quei movimenti stanno mettendo in discussione l’esistenza stessa del regime islamico dell’Iran”.
Le proteste in Khuzestan potrebbero rivelarsi soltanto un fuoco di paglia, ma è indubbio che qualcosa si stia muovendo nel fitto sottobosco dei nemici degli Ayatollah. Nel frattempo le sorti del popolo iraniano sono già state decise, a tavolino, fuori dai confini di Persia.
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