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Durante la visita del presidente del Kirghizistan, Sadyr Japarov, in Russia del 24 e 25 febbraio è stato raggiunto un accordo sulla fornitura di sistemi missilistici antiaerei S-300 e droni al Paese centroasiatico. La notizia è stata diffusa da Agenzia Nova che riporta le parole della portavoce del capo di Stato kirghiso Galina Baiterek. “Gli accordi fra le parti sulla continuazione della cooperazione militare-difesa sono diventati importanti. In particolare, sulla fornitura nel prossimo futuro di sistemi missilistici antiaerei S-300 e droni d’attacco, che diventeranno un importante contributo della Russia nel garantire la sicurezza sia del Kirghizistan che dei confini esterni dell’Unione economica eurasiatica e dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva”, ha spiegato la portavoce.

Le relazioni tra la Federazione Russa e i Paesi nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica sono molto strette: Mosca ha la necessità di controllare la sua sfera di influenza per garantire la stabilità dei suoi confini e per porre un freno a possibili ingerenze esterne che potrebbero innescare un effetto domino anche al suo interno. La stagione delle “rivoluzioni colorate” e “dei fiori” cominciata a metà degli anni 2000 è stata vista con molta apprensione dal Cremlino che ha cercato, alcune volte senza riuscirci, di intervenire per evitare sovvertimenti dello status quo. Da questo punto di vista le repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica giocano un ruolo molto delicato facendo da ponte tra Occidente e Oriente, e in un periodo storico in cui la Cina sta espandendo la propria influenza grazie alla sua “One Belt One Road Initiative”, altrimenti detta “Nuova Via della Seta”, è vitale per la Russia continuare a mantenere il controllo politico ed economico del suo “giardino di casa”.

Tra i tanti appalti che il governo kirghiso sta cedendo alle imprese cinesi per la costruzione di infrastrutture, c’è anche quello dell’autostrada che collegherebbe Pechino con l’Europa Occidentale. Rientrante nella classica politica di investimenti “win-win” propugnata da Pechino, la costruzione di questa infrastruttura, come di altre, non è vista di buon occhio dagli stessi kirghisi, in quanto gli appalti dei lavori non sono stati concessi a imprese locali, ed anche per il classico giro di mazzette che hanno oliato i meccanismi di un sistema burocratico e politico già fortemente corrotto.

Il Kirghizistan è tornato ufficialmente nella sfera di influenza russa il 10 giugno 1992, quando è stato firmato l’accordo sull’amicizia, la cooperazione e l’assistenza reciproca con la Federazione Russa. I legami sono stati stretti ulteriormente nel corso del tempo: il 27 luglio 2000 viene siglata la Dichiarazione russo-kirghisa sull’amicizia eterna, l’alleanza e il partenariato, mentre nel 2010 Mosca ha dato un notevole sostegno finanziario e militare al nuovo governo post-Bakiyev, che è stato primo presidente dopo il “regno” di Askar Akayev che durava sin dall’epoca sovietica e terminato con la “rivoluzione dei tulipani” del 2005.

Dal punto di vista militare, Mosca ha aumentato la presenza delle sue forze armate nel Paese in coincidenza con la chiusura della base militare americana di Manas, sorta nel 2001 in seguito all’invasione dell’Afghanistan, avvenuta nel 2014 anche in considerazione del deteriorarsi dei rapporti tra la Russia e gli Stati Uniti. A ben vedere l’aumento del supporto militare russo a Bishkek è cominciato poco prima: il 28 febbraio 2013 il Kirghizistan aveva chiesto a Mosca di fornire alle sue Forze Armate carri armati, artiglieria e macchinari militari pesanti, mentre l’anno prima era stato stipulato un nuovo accordo sull’uso russo della base militare di Kant, a circa 40 chilometri dalla capitale kirghisa, stabilita per la prima volta nel 2003.

Accordo che è stato ulteriormente ampliato a marzo del 2019, quando il presidente Vladimir Putin è tornato da Bishkek con una modifica al protocollo di utilizzo russo della base che vede l’ampliamento della stessa pari a una superficie di 60 ettari la possibilità di costruire nuove infrastrutture per utilizzare velivoli senza pilota. Il Kirghizistan quindi è uno dei partner strategici che ha la Russia in Asia Centrale, facendo parte soprattutto di due meccanismi sovranazionali molto importanti per Mosca come il Collective Security Treaty Organization (Csto) e l’Eurasian Economic Union (Eaeu), che potrebbe vedere l‘ingresso presto di un nuovo partner: l’Iran.

Ma il Kirghizistan resta un Paese instabile praticamente sin dall’immediata dissoluzione dell’Unione Sovietica. All’inizio di ottobre si sono tenute le elezioni per il Jogorku Kenesh, il parlamento, a seguito delle quali, secondo i dati ufficiali, sono stati eletti nell’organo legislativo i rappresentanti di soli quattro partiti su 16 partecipanti alla campagna con la maggioranza ottenuta dal partito governativo. Le proteste di piazza sono scoppiate pressoché immediatamente di conseguenza, i parlamentari hanno votato per nominare un ex parlamentare dell’opposizione, Sadyr Japarov, come primo ministro ad interim. Ulteriori rivolte hanno costretto il presidente Sooronbai Jeenbekov a dimettersi comportando così il passaggio dei poteri nelle mani di Japarov risultato poi vincente nelle elezioni presidenziali di gennaio.

Il Kirghizistan è un partner economico fondamentale per la Russia, pertanto Mosca ha tutto l’interesse ad avere una presenza militare stabile nel Paese e a migliorare le capacità delle Forze Armate kirghise. Secondo il Servizio doganale della Federazione Russa, infatti, il volume del traffico commerciale tra Russia e Kirghizistan nel 2019 è ammontato a 1,892 miliardi di dollari di esportazioni russe e 1,562 miliardi di importazioni. Alla fine del 2020, complice la pandemia, si è avuta una leggera flessione con 1,695 miliardi di esportazioni russe e 1,457 miliardi di importazioni. La Russia esporta in Kirghizistan minerali, prodotti chimici, metalli e prodotti in metallo, mentre importa prodotti alimentari e materie prime agricole, metalli e prodotti in metallo, tessuti e calzature e altri beni.

I legami sono stretti anche dal punto di vista degli idrocarburi: due delle maggiori compagnie energetiche russe, Rosneft e Gazprom, nonostante le recenti sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea, investono molto nel Paese. Uno dei settori chiave della cooperazione economica è infatti l’industria del gas dove proprio Gazprom è molto attiva in base all’accordo intergovernativo bilaterale sulla cooperazione nel trasporto, distribuzione e vendita di gas naturale nel territorio del Kirghizistan firmato nel 2013 per garantirne la fornitura ininterrotta in grado di coprire totalmente il fabbisogno della repubblica.

Il Paese è quindi attentamente monitorato da Mosca, che lo considera strategico per la sicurezza regionale e la stabilità dei suoi confini, pertanto la diplomazia del Cremlino si affida molto allo strumento militare, non solo per quanto riguarda la vendita di armamenti, come abbiamo visto.

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