La geopolitica della corsa allo spazio
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Con la Belt and road initiative (Bri), rete d’infrastrutture conosciuta come la “Nuova via della seta”, la Cina pensava di unire Kashgar, nello Xinjiang, con il porto pachistano di Gwadar, per far viaggiare in tempi brevi le merci cinesi, ma anche per portare in Cina le risorse necessarie. Qualcosa, però, è andato diversamente da quanto previsto: la regione del Belucistan non vede vantaggi per la propria terra e ha cominciato a ribellarsi al progetto.

Il porto di Gwadar rappresenta un accesso immediato sul Mar Arabico. Il porto è nato nei primi anni Duemila ma è rimasto inutilizzato sino al 2013, anno in cui la Cina lo ha scelto come punto di arrivo principale del corridoio sino-pakistano della Bri. Lo scopo del corridoio era consentire a Pechino di avere accesso all’Oceano indiano, evitando il monitoraggio degli Stati Uniti nello Stretto di Malacca. Il China-Pakistan Economic Corridor (Cpec) prevede, dunque, la costruzione di strade, ferrovie, oleodotti e gasdotti che partono dalla Cina, attraversano il Pakistan e giungono al mare, puntando a collegare commercialmente la Cina con l’Europa, l’Asia e l’Africa.

Il porto si trova in Belucistan, un vasto deserto posizionato a est dell’Iran, a sud dell’Afghanistan, che possiede ben tre porti sul Mar Arabico, tra cui Gwadar. Nella regione il Cpec era stato descritto come proficuo per lo sviluppo locale. I separatisti beluci, però, non si trovavano d’accordo con tale descrizione, considerandolo solo un tentativo per privare la popolazione delle risorse della loro terra. Il Belucistan è infatti ricco di uranio e rame, probabilmente anche di petrolio, e produce più di un terzo del gas naturale del Pakistan. È scarsamente popolato e i beluci rappresentano la maggioranza della popolazione. Per anni Quetta, il capoluogo della provincia, è stata considerata una centrale dai talebani dal Pentagono.

Già nel 2018, quando i cinesi hanno avviato la costruzione del Cpec, sono stati registrati i primi segnali d’allarme: un attacco suicida contro ingegneri cinesi, in cui rimasero ferite tre persone. Qualche mese dopo, c’è stato un secondo attacco nel consolato cinese a Karachi e in seguito, nel 2019, cinque pachistani furono uccisi in un assalto dei separatisti all’hotel Pearl continental di Gwadar, una cattedrale nel deserto dove alloggiavano turisti cinesi.

Negli ultimi due anni, proteste e attentati anticinesi in Balucistan si sono intensificati a tal punto da collocare parte degli investimenti a Karachi. Il raggio d’azione degli attacchi si è esteso di conseguenza oltre il Balucistan. Nel luglio 2021 è stato attaccato un pulmino che trasportava lavoratori cinesi, con dieci morti e ventotto feriti.

Il 26 aprile di quest’anno un van è esploso davanti all’Istituto Confucio dell’Università di Karachi, il primo grande attacco contro cittadini cinesi in Pakistan dal luglio dello scorso anno: una donna del Movimento di Liberazione del Belucistan (Bla), secondo Reuters si trattava di una studentessa, si è fatta esplodere uccidendo tre insegnanti cinesi e il loro autista pakistano. L’attacco è stato rivendicato dalla Brigata Majeed del Bla, che ha precisato che si trattava della prima volta in cui adoperavano una donna kamikaze. In seguito, è stato diffuso un video-messaggio per il presidente Xi Jinping: se i cinesi non si ritireranno, ci saranno altri attacchi.

Chi sono e cosa vogliono i sostenitori del Bla

Il Belucistan Liberation Army lotta principalmente per ottenere l’indipendenza del Belucistan. Dal 2004, nella provincia pachistana è scoppiata una nuova ribellione armata autonomista che continua ancora oggi. I movimenti politici e paramilitari dell’area chiedono una ripartizione più equa dei ricavi delle risorse minerarie e petrolifere della regione. Tra i gruppi secessionisti, il Bla è certamente il più attivo e ha condotto attacchi contro le forze di sicurezza pachistane, gli edifici governativi e alcuni impianti strategici come centrali, gasdotti e linee ferroviarie.

Le proteste e gli attentati hanno spesso riguardato anche la costruzione del porto di Gwadar e il progetto Cpec. La popolazione sostiene che, nonostante i cantieri abbiano creato oltre quattro milioni di posti di lavoro, questi siano stati assegnati agli ingegneri e operai cinesi e punjabi. Motivo di malumore da parte della popolazione è stata anche la privazione di case e terre dei contadini e pescatori del posto durante la costruzione del porto Gwadar. Un’ulteriore preoccupazione dei beluci è anche che la presenza di personale straniero nel porto possa ridurre una minoranza della popolazione che da secoli abita quell’area.

Le ragioni politiche degli ultimi attacchi

Su Limes si legge che l’istituto colpito assume anche un valore simbolico, poiché si tratta di centri che diffondono idioma e cultura cinese e rappresentano un importante strumento di soft power. Sono istituti sempre meno presenti in Occidente perché considerati veicolo della propaganda cinese. Al momento ne sono attivi oltre 500, di cui cinque sono in Pakistan. Pare quindi che i separatisti beluci abbiano attaccato Pechino per impedire di diffondere la loro visione del mondo nel Paese.

C’è poi anche un altro fattore da tenere in considerazione: l’attentato di aprile è avvenuto due settimane dopo l’elezione del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, conferendo agli attacchi un ulteriore valore politico. Dopo l’elezione, Sharif aveva infatti promesso di aumentare l’attenzione verso il corridoio sino-pakistano. Potrebbe quindi trattarsi di un attacco mirato a spaventare il nuovo primo ministro. “Sono profondamente addolorato per la perdita di vite preziose, inclusa quella dei nostri amici cinesi, nell’atroce attacco di oggi a Karachi”, ha affermato Sharif, promettendo una rapida indagine.

L’ultimo attacco è stato bloccato il 18 maggio: il governo del Belucistan ha individuato una sospetta attentatrice suicida associata alla brigata Majeed del Bla che è stata arrestata a Turbat, una città nel Balocistan meridionale. Si pensava che avesse intenzione di attaccare un convoglio di lavoratori cinesi nella zona al confine con l’Afghanistan e l’Iran. La polizia ha poi confermato i sospetti e identificato la donna, che ha successivamente confessato all’agenzia di sicurezza che, insieme al suo complice, avevano pianificato di attaccare i cittadini cinesi. Si sostiene che la scelta di donne attentatrici sia un segnale del cambio di tattica da parte dei gruppi separatisti con lo scopo di attirare l’attenzione internazionale sulla loro lotta. I media hanno infatti dato molto peso all’utilizzo delle donne negli attacchi e ciò rappresenta un vantaggio per i separatisti.

Nonostante il Pakistan stia cercando di mettere un freno ai diversi attacchi che in questi anni sono stati organizzati nei confronti dei cinesi, finora non sono stati ottenuti grandi risultati. La Cina ha investito miliardi di dollari per la riuscita di questo progetto e la preoccupazione è alta. Resta improbabile che Pechino possa rinunciare al progetto: il Cpec ha infatti un ruolo troppo importante nella competizione con gli Usa. La Repubblica popolare ha infatti chiesto alle autorità pakistane di prendere adeguate misure per fronteggiare le minacce alla vita dei cittadini che lavorano nelle loro terre. Il Pakistan assicura di fare il possibile per proteggere i cittadini cinesi.

Le autorità pakistane sono però preoccupate per la seconda fase del Cpec: mentre la prima è stata dominata dalla cooperazione tra i governi, la seconda girerà attorno al settore privato che gestisce le zone industriali e le imprese. Questa fase prevede una maggiore partecipazione delle aziende cinesi e, di conseguenza, maggiori saranno i cittadini cinesi che si recheranno nel Paese per attività inerenti la tecnologia, l’industrializzazione e l’agricoltura. Questo potrebbe significare maggiori rischi di insurrezione.

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