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Dalla serata di martedì regna una calma apparente in una Tripoli sconvolta da settimane di intense lotte interne. Il governo di Al Serraj annuncia un nuovo accordo ed un conseguente nuovo cessate il fuoco, che dona respiro ad una città che da un mese esatto è sotto scacco delle battaglie. Più di cento morti, decine di feriti ed almeno cinquemila sfollati, questo un sommario bilancio delle lotte intestine alla capitale libica. Una prima tregua è stata raggiunta il 4 settembre, gli scontri sono ripresi subito dopo ed adesso c’è diffidenza circa la durata della nuova intesa. 

Il passo indietro della Settima Brigata

La genesi degli scontri di Tripoli è tutta nelle velleità di alcune bande e gruppi stanziate fuori città di spartirsi la torta della capitale. Con un governo, quale quello di Al Serraj, incapace di controllare anche i palazzi presidenziali e ostaggio delle milizie tripoline, alcune tribù ed alcuni gruppi armati a fine agosto decidono di alzare il tiro e provare ad annettersi un pezzo della più grande città libica. Ad aprire le danze è la Settima Brigata, ossia il gruppo di Tahrouna, cittadina a sud di Tripoli, che prova ad avanzare nei quartieri meridionali. Nasce così lo scontro armato tra i più importanti accaduti nella capitale libica dalla fine di Gheddafi. Le forze della Rada, la fazione armata dipendente dal ministero dell’interno, provano subito ad ostacolare l’avanzata degli uomini di Tahrouna ingaggiando importanti scontri. 

Da Misurata intanto, ufficialmente per aiutare il governo di Al Serraj, arrivano anche i miliziani della brigata Al Sumud. Si tratta di un gruppo islamista il cui leader è la discussa figura di Saleh Badi. Anche lui prova a spartirsi una fetta della torta tripolina, cercando di occupare alcuni quartieri della capitale. È proprio il suo gruppo a fomentare i nuovi scontri che determinano la rottura del cessate il fuoco concordato il 4 settembre, il quale in parte era riuscito a lenire le tensioni e le sofferenze insite nella città di Tripoli. Saleh Badi prende di mira le altre milizie della capitale: le parti in causa usano armi pesanti, razzi e colpi di artiglieria, l’aeroporto viene chiuso e la città isolata. 

Adesso, per l’appunto, sopraggiunge una nuova tregua. I termini dell’accordo sembrano molto semplici, simili ad una comune intesa che serve a cessare il fuoco. Si liberano prigionieri in cambio della cessione di porzioni di territorio guadagnate. E così alcuni uomini di Tahrouna messi in carcere e catturati nei giorni scorsi, tornano nella loro cittadina di origine mentre, al contempo, la Settima Brigata indietreggia e lascia i quartieri meridionali di Tripoli. Anche Saleh Badi è costretto a fare passi indietro, rinunciando per il momento nel suo intento di continuare gli attacchi contro le altre milizie. Tripoli può concedersi un po’ di “respiro”: fonti locali parlano della parziale rimozione delle barriere con i sacchi di sabbia che per giorni hanno delimitato instabili linee del fronte, mentre almeno cinquemila sfollati possono tornare a casa. 

Dubbi sulla tregua siglata a Tripoli

Ma la capitale libica non ha al momento ancora assunto alcun aspetto normale. La quotidianità è ben lungi dal riprendere nella sua interezza: gli scontri, oltre a morti e feriti, sul campo lasciano la distruzione di molte infrastrutture strategiche ed a Tripoli manca di tutto. L’erogazione di acqua ed energia è frazionata, molte arterie sono impraticabili, uffici e scuole sono parzialmente funzionanti ma in tanti hanno paura ad uscire di casa e disertano. L’unico segnale positivo al momento è dato dalla riapertura dell’aeroporto di Mitiga, lo scalo internazionale di Tripoli rimasto per giorni sotto il tiro dei razzi delle milizie in battaglia. Il rinnovato funzionamento della struttura toglie dall’isolamento la capitale, costretta fino a martedì a servirsi dell’aeroporto di Misurata, distante 200 km. 

Ma, come detto, oltre alle difficili condizioni di vita in cui sono caduti i tripolini, a destare preoccupazione è anche l’effettiva possibilità di questa tregua. In tanti credono si tratti solo di un momentaneo stop ai combattimenti. Le milizie hanno sì trovato un accordo ma, al contempo, è difficile credere nel definitivo raggiungimento di un certo equilibrio da parte dei gruppi armati della capitale. Su Tripoli inoltre, incombono le nubi rappresentate dalle velleità di Haftar: il generale, uomo forte della Cirenaica, guarda da lontano ma con un certo interesse alle ultime novità provenienti dalla capitale. Il suo intento dichiarato è quello di marciare, in un giorno non troppo lontano, su Tripoli. Una situazione che ben fa comprendere come, in tutto questo, una soluzione definitiva per la città e per l’intera Libia è ancora ben lontana. 

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