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Il viaggio del presidente russo Vladimir Putin a Teheran ha avuto due effetti immediati dal punto di vista dell’immagine. Il primo è stato quello di distogliere l’attenzione della stampa dalle presunte notizie sullo stato di saluto del capo del Cremlino, apparso in una forma del tutto normale rispetto alle informazioni lasciate trapelare da anonime fonti di intelligence. Il secondo effetto è stato quello di far concentrare di nuovo sul ruolo del Medio Oriente come scenario in cui si può riflettere lo scontro tra Russia e Stati Uniti. Area in cui la Siria è inevitabilmente il punto interrogativo principale dal momento che sia Teheran, Mosca e Ankara si sono unite nel formato di Astana con buona pace proprio degli Stati Uniti e delle maggiori potenze occidentali.

Ma la visita di Putin a Teheran ha significato anche altro nelle logiche di propaganda e di obiettivi diplomatici a lungo termine del presidente russo. Perché il blitz è servito anche per confermare quella linea di demarcazione tra quelli che appaiono a tutti gli effetti come nuovi blocchi di “civiltà”. Paesi che non sembrano uniti solo da interessi contingenti, ma da una visione di sé e del mondo che appare molto distante da quella definita dall’Occidente, e che dunque non sono solo avversari nell’agone strategico, ma portatori di un sistema culturale e politico autonomo e contrapposto.

A farlo capire in modo molto netto è stato lo stesso Putin, il quale intervenendo al forum “Idee forti per il nuovo tempo” ha fornito una chiave di lettura sull’azione di Mosca che non può essere derubricata a semplice propaganda. Il presidente russo ha parlato dell’avvento di “una nuova fase della storia mondiale” in cui “solo stati veramente sovrani possono garantire dinamiche di crescita elevate, diventare un esempio per gli altri negli standard e nella qualità della vita, nella protezione dei valori tradizionali e negli alti ideali umanistici, nei modelli di sviluppo in cui una persona diventa non un mezzo, ma l’obiettivo più alto”. Per il capo del Cremino, in questo momento si stanno ricreando “le basi e i principi di un ordine mondiale armonioso, più equo, socialmente orientato e sicuro, un’alternativa all’esistente”. Parole che indicano che dietro l’incontro con i vertici della Repubblica islamica vi sia stato anche l’interesse a mostrare l’esistenza di una alternativa alle politiche occidentali.

A queste frasi di Putin si devono poi aggiungere le reazioni di una parte della stampa russa che confermano l’interesse del Cremlino per alimentare una narrazione molto più ampia e articolata del viaggio tra gli Ayatollah. La Komsomolskaya Pravda ha scritto subito che i politologi avevano definito la visita dello “zar” a Teheran come “storica”. Ma fa riflettere anche la lettura che ha dato l’agenzia Ria Novosti attraverso un articolo firmato da Petr Akopov, molto vicino alla visione del Cremlino, il quale ha ribadito che in Russia “il ruolo dell’Iran è stato sottovalutato per molti anni” perché gli esperti hanno “guardato al nostro grande vicino principalmente attraverso gli occhiali occidentali”. Un errore che per l’analista deve essere cancellato perché “abbiamo a che fare non solo con l’erede di grandi civiltà, con un vicino di 86 milioni, ma anche con uno dei Paesi spiritualmente più forti del mondo”. La forza “spirituale” non è pertanto un elemento secondario, e si traduce nella capacità di essere se stessi a scapito di una visione aperta ai valori occidentali. “L’Iran è un Paese veramente sovrano, che va per la sua strada, cerca le proprie forme di organizzazione dello Stato e della società, difende gli interessi nazionali e non si piega a nessuna pressione esterna” spiega l’autore dell’analisi, che afferma anche come sia “esattamente ciò che sta facendo la Russia e che deve fare”.

Le parole di Akopov – noto per le sue posizioni molto aderenti a quelle del capo del Cremlino – non sono così diverse rispetto a quelle pronunciate da Putin e aiuta a comprendere la dinamica psicologica del viaggio in Iran. La visita di Stato non era solo un modo per blindare l’asse con Teheran nell’ottica di uno scontro tra blocchi né quello di confermare la partnership con la Turchia nel delicato equilibrio del Mar Nero e della Siria.

Il tema della sovranità come capacità di esprimere un proprio modello statale, politico e culturale è ricorrente sia nel discorso del capo dello Stato che in quello dell’analista e pone l’accento su un fattore che fino a questo momento è stato discusso solo parzialmente. Ovvero l’idea che la guerra in Ucraina, ma in generale lo scontro a cui assistiamo tra Occidente e Oriente, sia anche – se non soprattutto – uno scontro sul sistema di valori di cui si ritiene portatore la singola potenza. O il singolo impero. Non solo guerra come invasione e ampliamento della propria sfera di influenza o dei propri interessi strategici, ma anche come costruzione di nuovi modelli di rapporti.

Le due questioni non sono slegate tra loro, perché come la democrazia liberale è stata fondamentale nell’azione esterna degli Stati Uniti e dell’Europa, così ora appare sempre più evidente che sistemi avversari optano per modelli politici e culturali distaccati dall’ordine liberale di matrice Usa. “Ciascuno diventerà più forte, non solo rispondendo alle sfide dell’Occidente, ma costruendo insieme un nuovo mondo in cui i popoli legati alle tradizioni potranno vivere secondo il proprio stile di vita e le proprie leggi” dice Akopov su Ria Novosti. E questo significa che per alcuni segmenti russi, l’obiettivo non è più solo il contrasto economico e militare all’avversario occidentale, ma stabilire delle nuove regole di convivenza tra diversi sistemi di civiltà.

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