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Il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran sulla questione del nucleare degli Ayatollah è iniziato il 28 marzo con un’altra riunione del gruppo di lavoro “separato”. Teheran, infatti si rifiuta di trattare direttamente con Washington ma le delegazioni di Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania (definite “4+1”) sono in stretto contatto reciproco con quella iraniana facendo da tramite con quella statunitense.

L’inviato speciale della Casa Bianca, Robert Malley, è a capo della delegazione americana. Malley è atterrato a Vienna martedì sera dopo aver informato i funzionari israeliani che erano in visita negli Stati Uniti sullo stato dei colloqui. Una mossa non casuale, come capiremo a breve. Il delegato di Washington è stato il principale negoziatore dell’accordo nucleare iraniano del 2015 noto come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) voluto dall’amministrazione Obama, e rappresenta il più forte segnale di volontà di riconciliazione della presidenza Biden, sebbene si debba considerare che alla Casa Bianca non si voglia alleggerire la pressione sull’Iran, che infatti è rimasta pressoché costante rispetto all’era trumpiana.

L’atteggiamento di Russia e Israele

“I colloqui di Vienna sono in corso. I gruppi di lavoro hanno continuato a considerare le misure da adottare tra Washington e Teheran al fine di ripristinare il Jcpoa” ha twittato Mikhail Ulyanov, inviato della Russia presso l’ufficio di controllo sul nucleare delle Nazioni Unite. Proprio la Russia sta giocando una partita chiave sul nucleare iraniano. Una partita ad ampio spettro che cozza contro gli stessi interessi iraniani e statunitensi per cinici calcoli strategici.

Innanzitutto dobbiamo partire dalle ultime dichiarazioni proprio del delegato russo, che ha affermato, nella giornata di ieri, che Mosca è intenzionata a impedire all’Iran di possedere una bomba nucleare a qualsiasi costo. “Questo vale per qualsiasi Paese che non abbia armi nucleari. Ci sono cinque stati riconosciuti e altri quattro nel mondo che hanno bombe atomiche. In nessun caso se ne possono aggiungere altri”, ha detto Ulyanov in un’intervista a Der Spiegel. L’inviato di Mosca, però, si dice “fiducioso” sulla possibilità che si possa tornare allo status quo del Jcpoa.

A quanto sembra, infatti, Washington avrebbe rinunciato a prendere “due piccioni con una fava” – come cita lo stesso Ulyanov – accantonando la pretesa di voler limitare l’arsenale missilistico degli Ayatollah, un fattore ritenuto al centro dell’instabilità regionale da parte statunitense, israeliana e saudita. Qui capiamo l’importanza del voler tenere aggiornata Tel Aviv da parte di Malley: in Israele si segue con particolare attenzione (e apprensione) a quanto sta accadendo a Vienna.

Alti funzionari del Mossad, insieme all’intelligence militare israeliana, durante una riunione del gabinetto di sicurezza nazionale, hanno discusso delle azioni iraniane nella regione esprimendo nel contempo la convinzione (e preoccupazione) che, poiché i colloqui di Vienna stanno procedendo positivamente, il risultato sarà che gli Stati Uniti torneranno all’accordo nucleare del 2015.

I funzionari israeliani, guidati da Netanyahu, si sono opposti categoricamente a questa possibilità, mettendo Tel Aviv in contrasto con la nuova amministrazione della Casa Bianca, come riportato anche dal Times of Israel.

Israele ha sempre ritenuto l’accordo Jcpoa “problematico” sia perché non considerava la possibilità che l’Iran eliminasse eventuali ordigni già costruiti (eventualità molto remota per considerazioni prettamente tecniche come i test per le implosioni controllate che non risultano essere mai stati fatti), sia perché non includeva, come già detto, il suo arsenale missilistico, uno dei più numerosi del Medio Oriente.

Le trattative proseguono nonostante tutto

Le trattative però continuano, nonostante questo strano “trilaterale” che vede Stati Uniti e Paesi del “4+1” da una parte, e Iran dall’altra. Risulta che sia stata stabilita una “scaletta” relativa alle sanzioni che, insieme all’abbandono da parte Usa della “clausola missilistica” fa ben sperare si possa giungere ad un nuovo accordo. Washington, infatti, ha individuato una priorità nelle sanzioni, distinguendo quelle relative al nucleare che gli Stati Uniti devono rimuovere per tornare alla piena conformità, quelle non nucleari che gli Stati Uniti non devono rimuovere e quelle imposte dall’amministrazione Trump, non inerenti alla questione atomica, che potrebbero quindi essere tolte. Gli Stati Uniti hanno però fatto sapere all’Iran che dovranno vagliare tutte le sanzioni nella terza categoria per determinare se fossero giustificate o meno.

Un altro problema discusso nei colloqui è stata la sequenza dei passi che Iran e Stati Uniti dovrebbero intraprendere per giungere ad un accordo definitivo: il Dipartimento di Stato ha detto che Washington ha chiarito a Teheran che non accetterà di rimuovere tutte le sanzioni se l’Iran non intraprenderà nessun tipo di azione preventivamente. Un potenziale motivo di stallo, che però sembra non preoccupare troppo gli iraniani, che si dicono ottimisti in merito al raggiungimento di un accordo: il viceministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi aveva affermato, nel corso della seconda tornata di colloqui della scorsa settimana, che si era entrati in una nuova fase, aggiungendo che l’Iran aveva proposto bozze di accordi che potrebbero fungere da base per i negoziati.

“Pensiamo che i colloqui abbiano raggiunto una fase in cui le parti sono in grado di iniziare a lavorare su una bozza comune”, aveva detto Araghchi alla televisione di stato iraniana. “Sembra che un nuovo livello di comprensione stia prendendo forma, e ora c’è accordo sugli obiettivi finali”, ma “non significa che le differenze di opinioni siano cessate” ha concluso il funzionario iraniano. Effetto diretto dell’ammorbidimento della posizione statunitense in merito ai missili balistici.

Gli avversari che non ti aspetti

I colloqui sembrano quindi tenere nonostante gli “scossoni” subiti da un attore che non ti aspetti. Pochi giorni fa, una fuga di notizie da una conversazione di sette ore tra il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, e il giornalista Said Lailaz è apparsa sul sito web del canale televisivo Iran International con sede a Londra.

Nell’audio il ministro Zarif accusa apertamente Mosca e il fu generale Qasem Soleimani di lavorare per sabotare i tentativi di accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti. Quanto accaduto, dice sempre il ministro, è un esempio dell’interferenza delle Irgc nella politica estera. Zarif cita, a tal proposito, la visita di Soleimani a Mosca nel luglio 2015, dieci giorni dopo la firma a Vienna del Jcpoa. “Quel viaggio è stato effettuato su iniziativa di Mosca senza alcun controllo da parte del ministero degli Esteri iraniano. Il suo obiettivo era distruggere il Jcpoa”, ha affermato il ministro degli Esteri di Teheran.

Parole pesantissime che confermano quelli che, sino a oggi, erano solo sospetti. Innanzitutto si palesa, se ancora vi fosse qualche dubbio, la strategia russa – se vogliamo cinica – di intervento in Medio Oriente, mirante a fare qualsiasi cosa possibile per allontanare una pax americana (attenzione agli Accordi di Abramo quindi) in modo da potersi inserire agevolmente nei nuovi scenari di crisi venutisi così a creare, in secondo luogo si conferma l’enorme peso politico detenuto da Soleimani e dalle Irgc. Il leader della Forza Quds dei Pasdaran, personalità carismatica e abile diplomatico, era inviso a più di qualcuno nella politica iraniana di alto livello, proprio per il suo agire spregiudicato e “personalistico”, che contribuiva ad aumentare il peso delle Guardie della Rivoluzione sul fronte interno in un momento in cui cominciavano ad approssimarsi le delicate elezioni politiche.

Non è un mistero che l’attuale presidente Hassan Rohani sia osteggiato, per le sue posizioni “centriste” date dai buoni rapporto col clero sciita e col movimento riformista, dalle frange più intransigenti delle Guardie della Rivoluzione: qualcosa che era già emerso lo scorso anno in occasione dell’abbattimento del volo Ukraine International Airlines 752. Una lotta di potere intestina, che si è palesata anche per l’accordo sul nucleare che potrebbe ancora essere sabotato in qualche modo dai Pasdaran, o da Mosca stessa: le dichiarazioni sull’assoluta impossibilità per Teheran di dotarsi di un ordigno atomico sembrano confezionate ad arte proprio per provocare una qualche reazione nelle Irgc che potrebbe portare alla cessazione dei colloqui.

Il fattore tempo, in questo caso, sarà fondamentale: non solo per quanto riguarda le elezioni presidenziali iraniane, il 18 giugno prossimo, ma anche perché il 22 maggio scadrà l’accordo preliminare tra Iran e Aiea (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che garantisce un livello accettabile di verifica sulle attività nucleari.

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