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C’è già odore di elezioni nel Texas del governatore repubblicano Greg Abbott, che in questi giorni si trova fa le mani una situazione decisamente esplosiva, che potrebbe portare acuire la già pesante crisi politica e di rappresentanza nella quale si dibatte la politica statunitense. Lo scorso 9 luglio Abbott, inaugurando una sessione legislativa straordinaria del Congresso texano, ha posto all’ordine del giorno la ridefinizione di alcuni distretti elettorali in vista delle elezioni di medio termine del novembre 2026, durante le quali milioni di cittadini statunitensi saranno chiamati al voto per eleggere i loro rappresentanti al Congresso federale. La necessità di riorganizzare i distretti elettorali si è presentata su impulso del Dipartimento di Giustizia statunitense, che ha emanato una nota nella quale i distretti venivano definiti “discriminatori” in base alla costituzione statunitense. 

La proposta del governatore ha causato l’insurrezione dei deputati locali del Partito Democratico, che accusano sia il governo texano, sia gli organi dell’amministrazione federale, di voler andare a modificare quei distretti che oggi votano rappresentanti democratici e che, a seguito delle modifiche, consegnerebbero la vittoria nelle mani dei repubblicani. A complicare una situazione già molto tesa è intervenuto lo stesso Donald Trump, che a metà luglio ha dichiarato di volere almeno altri cinque eletti repubblicani nell’area. «I distretti elettorali della California sono stati completamente ridisegnati» ha dichiarato il tycoon, spiegando la scelta di ridisegnare i distretti elettorali in Texas. «Noi dovremmo avere molti più seggi in California, e invece i distretti elettorali sono stati modificati apposta» per far vincere i Democratici. E ora Trump ha visto uno spiraglio per una contromossa: «adesso noi abbiamo la possibilità di prenderci altri cinque seggi in Texas».

Redistricting e gerrymandering, o del funzionamento delle elezioni statunitensi

Il processo di ridefinizione dei confini amministrativi dei distretti elettorali è chiamato negli Stati Uniti redistricting, e in sé si tratta di un processo perfettamente legale. Tuttavia, se si ha un abuso politico di questa ridefinizione dei confini dei distretti elettorali, la pratica diventa illegale, un vero e proprio abuso di potere, e viene definita gerrymandering. Si utilizza quest’ultimo termine quando questo processo viene introdotto in modo da favorire un determinato partito politico, un gruppo etnico o un interesse particolare a discapito della rappresentanza equa degli elettori. È un fenomeno molto diffuso negli Stati Uniti, e il suo impatto è spesso decisivo nei risultati elettorali a livello statale e federale. In generale, la pratica di ridisegnare i confini dei distretti elettorali (il semplice redistricting) non è vista necessariamente in modo negativo – soprattutto se avviene in seguito ad un censimento che attesta la modifica della composizione demografica di una determinata area – ed è stata utilizzata in passato sia dai Repubblicani che dai Democratici. Ad esempio, in molti Stati – fra cui lo stesso Texas – la pratica è stata introdotta per assicurare a una minoranza etnica un distretto elettorale omogeneo, che ne assicurasse la rappresentanza al Congresso: è stato il caso ad esempio dell’Alabama, in cui il Distretto 7 venne completamente ridisegnato nel 1992 in accordo con il Voting Rights Act. I confini del distretto, che abbraccia parte della città di Birmingham e le aree rurali della Black Belt (l’area a forte maggioranza afroamericana), vennero definiti per garantire a questa minoranza etnica un territorio nel quale, essendo maggioranza, avevano la possibilità di esprimere un candidato appartenente a quella comunità. Questo tipo di processi di ridefinizione si muovono sempre sul filo del rasoio della legalità: infatti, negli Stati Uniti è perfettamente legale usare il redistricting per dare rappresentanza a una minoranza etnica effettivamente maggioritaria in un territorio, ma la pratica diviene illegale se usata per concentrare artificialmente il voto di un determinato gruppo etnico o politico a fini elettorali.

Cosa sta succedendo in Texas?

Spesso è difficile giudicare quanto la pratica del redistricting scivoli in realtà nell’illegale gerrymandering, ma questo non sembra il caso delle attuali vicende che stanno scuotendo il Texas. Il 30 luglio 2025, il Partito Repubblicano del Texas ha presentato pubblicamente una proposta di nuova mappa dei distretti congressuali che ha subito sollevato forti critiche per il suo impatto politico e demografico. La bozza mira chiaramente a sconvolgere l’equilibrio elettorale in almeno cinque aree urbane storicamente favorevoli ai Democratici: Austin, Dallas, Laredo, McAllen e Houston. In pratica, la proposta smantella o ridisegna radicalmente i collegi a maggioranza democratica, suddividendo zone urbane a forte presenza di elettori latini, afroamericani e giovani — gruppi che tendono a votare in massa per il Partito Democratico — e accorpandole a periferie bianche e più conservatrici. Questa tecnica è un classico esempio di quello che negli USA è definito cracking: si frammenta l’elettorato avversario (in questo caso progressista), disperdendolo in più distretti dove non è abbastanza numeroso da determinare il vincitore. Il caso più emblematico è il collegio di Austin, dove il deputato democratico Greg Casar – considerato vicino alle posizioni socialiste di Bernie Sanders – rischia di perdere il proprio seggio perché il distretto verrebbe spezzato e inglobato in aree rurali dominate dai repubblicani. Anche a Houston, la quarta città più grande degli Stati Uniti, la proposta divide comunità latine e nere che storicamente eleggevano candidati democratici. Secondo i critici di questo piano, la proposta non solo altererebbe in modo artificiale i rapporti di forza a livello statale, ma minaccerebbe anche la rappresentanza politica delle minoranze, con potenziali violazioni del Voting Rights Act.

Il gran rifiuto dei Democratici texani

Il Partito Democratico del Texas, insieme a molte associazioni per i diritti civili, è insorto contro la proposta, che minerebbe di fatto le poche roccaforti blu nello Stato già saldamente in mano repubblicana. L’opposizione non si è limitata alle parole: è invece iniziato un vero e proprio boicottaggio della sessione legislativa in corso da parte dei deputati Dem, così da impedire i lavori delle camere e da bloccare l’approvazione della misura. Come accaduto in passato, l’unico modo per impedire il raggiungimento del quorum — e quindi la possibilità di voto sulla nuova mappa elettorale — è stato abbandonare fisicamente il Texas. Oltre venti legislatori democratici si sono quindi rifugiati in Illinois, stato a guida Dem, presso un hotel a St. Charles, nell’area metropolitana di Chicago, in uno sforzo coordinato per congelare i lavori della legislatura texana.

La risposta del Partito Repubblicano non si è fatta attendere. Il governatore Greg Abbott ha annunciato pubblicamente l’intenzione di procedere legalmente per dichiarare vacanti i seggi dei legislatori assenti, definendo il loro comportamento una «violazione deliberata del mandato costituzionale». Ken Paxton, procuratore generale del Texas, ha rincarato la dose, sostenendo che l’assenza prolungata equivale a un abbandono del mandato, aprendo così la porta a potenziali rimozioni forzate. In realtà, questa posizione sembra difficilmente sostenibile, anche perché il boicottaggio delle sessioni legislative è stato usato come arma politica in Texas almeno dal 1870, ed è entrato a far parte della prassi politica locale. In parallelo, il senatore repubblicano John Cornyn ha inviato una lettera ufficiale all’FBI, chiedendo che l’agenzia intervenga per rintracciare i democratici fuggitivi e «ripristinare l’ordine costituzionale in Texas». La richiesta, considerata da molti osservatori come una boutade politica, è stata accolta con freddezza sia a livello federale che dallo Stato dell’Illinois. Il governatore democratico J.B. Pritzker ha infatti difeso i legislatori texani, sottolineando che non esiste alcuna base legale per arrestarli o forzarli a tornare.

Tuttavia, la situazione ha preso una piega ancora più inquietante quando, nel weekend successivo alla fuga dei democratici, l’hotel Hyatt Regency di St. Charles, dove i deputati risiedono, è stato evacuato a seguito di una minaccia bomba anonima. Circa 400 persone sono state costrette a lasciare l’edificio mentre le autorità locali e l’FBI effettuavano controlli con unità cinofile e artificieri. Il giorno seguente è arrivata una seconda minaccia, ritenuta collegata alla prima. In entrambi i casi non è stato trovato alcun ordigno, ma l’incidente ha alimentato un clima di tensione crescente, con i democratici che parlano apertamente di intimidazioni politiche e terrorismo interno mascherato da allerta anonima. Il governatore Pritzker ha condannato duramente gli episodi e ha chiesto un’indagine completa, ringraziando le forze dell’ordine per l’intervento tempestivo.In questo clima da scontro istituzionale senza precedenti, il Texas si trova al centro di una crisi costituzionale con implicazioni nazionali. Il governatore Abbott ha promesso di continuare a convocare sessioni straordinarie per anni se necessario, finché non verrà votata e approvata la nuova mappa elettorale. Nel frattempo, i democratici in esilio politico mantengono la loro posizione, definendo il piano proposto un attacco diretto alla democrazia e alla rappresentanza delle minoranze. Il confronto appare tutt’altro che vicino a una soluzione, e potrebbe sfociare nelle prossime settimane in un contenzioso federale davanti alla Corte Suprema, oggi saldamente nelle mani di Trump.

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