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Politica

Non solo Taiwan. Il piano della Cina per dominare le acque del Pacifico

Pechino userebbe droni marini per piantare mine nel Pacifico in caso di invasione di Taiwan ma le conseguenze economiche sarebbero devastanti.

I venti di guerra soffiano a tutte le latitudini, e in molti temono che un prossimo focolaio possa divampare in Estremo Oriente: lo scontro tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riportato dalla rivista di difesa Shipborne Weapons, a Pechino non si  starebbe studiando un piano di attacco a Taipei, bensì pare che si stia mettendo a punto una strategia volta a mettere all’angolo gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione del Pacifico. Come raccontato dal South China Morning Post, l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) potrebbe utilizzare dei droni marini per disseminare delle mine con l’obiettivo di stroncare sul nascere ogni operazione navale volta ad assistere l’isola di Formosa in caso di escalation militare. 

Uno scenario che potrebbe innescare uno scontro all’ennesima potenza in tutto il Pacifico con ripercussioni commerciali, economiche e logistiche che darebbero del filo da torcere anche al Dragone. 

Le tecnologie per paralizzare l’avversario

Il cavallo di razza su cui puntano i cinesi per mettere eventualmente a segno questa strategia offensiva sono i droni subacquei AJX002. Tali strumenti funzionano con propulsione a idrogeno e sono rivestiti con tecnologia stealth in grado di rendere impercettibile la traccia acustica ai radar delle imbarcazioni nemiche.  Gli AJX002 possono navigare fino a oltre 1.800 km dal punto di lancio e rilasciare a testa circa 20 mine lungo i principali corridoi marittimi, stretti o larghi che siano. Una volta posizionate, queste mine entrano in gioco in modo molto fine e oculato: non si attivano al solo contatto con la flotta del nemico, ma possono entrare in funzione al riconoscimento del segnale acustico di specifiche imbarcazioni evitando così il compimento di una strage che potrebbe coinvolgere anche navi mercantili. Oltre a questa particolarità, tale tipologia di droni è dotata di recettori capaci di trasmettere dati e informazioni in tempo reale garantendo un coordinamento efficace delle operazioni subacquee anche grazie all’utilizzo della rete satellitare.

Se questi droni dovessero mai entrare in funzione e le mine conseguentemente essere dispiegate, in realtà il fine non sarebbe di fare delle acque intorno a Taiwan una trappola per topi. L’isola di Formosa per le Forze Armate cinesi non sarebbe affatto una fortezza inespugnabile per via della superiorità militare, navale e missilistica che Pechino può vantare. Al contrario, le mine saranno dislocate in prossimità delle acque territoriali del Giappone e delle Filippine ovvero di quegli arcipelaghi da sempre considerati avamposti occidentali nel Pacifico e che interverrebbero per fornire assistenza a Taipei in caso di aggressione. La flotta di Giappone, Filippine e Usa non potrebbe entrare così nel teatro operativo di guerra e le navi rimarrebbero ancorate nei porti senza possibilità di portare armi e viveri a Taipei.. 

Ovviamente un simile scenario circoscriverebbe il conflitto alla porzione di oceano compresa tra Cina e Taiwan evitando che assuma contorni più globali, ma nel lungo termine i contraccolpi per Pechino non mancherebbero.

Le conseguenze da non sottovalutare

Le acque del Pacifico infestate di mine potrebbe avere un effetto devastante per il commercio marittimo, in un’area dove vale circa il 25% del totale mondiale. In primo luogo, il posizionamento degli ordigni difficilmente potrebbe essere interpretato come un atto di grande ostilità, anche in caso di mancato scoppio del conflitto, nel resto del mondo e finirebbe per cementare le alleanze anticinesi soprattutto tra Occidente e i Paesi asiatici malfidenti nei confronti del Dragone. In secondo luogo, i contraccolpi economici costringerebbero Pechino a leccarsi le ferite a causa dei canali di import-export che potrebbero saltare.  Le esportazioni cinesi riguardano in buona parte Paesi che si affacciano sul Pacifico come Usa, Giappone, Corea del Sud e Australia, così come buona parte delle importazioni (materie prime, componenti tecnologiche, beni agricoli) per un valore pari a circa 40-50% del commercio cinese. Con le mine di mezzo, le catene di fornitura e approvvigionamento subirebbero delle rotture difficilmente riparabili.

Se davvero gli ordigni fossero dispiegati, sia dopo o anche in assenza di eventuale conflitto, le operazioni di sminamento sarebbero lunghe e costose e per lungo tempo le rotte di navigazione rimarrebbero insicure per salpare alla volta del Pacifico. Una crisi economica non troppo diversa da quella che già stiamo sperimentando con lo Stretto di Hormuz. 

L’attualità, non a caso, ci sta insegnando come le guerre moderne si combattono su più piani e come l’armamentario militare non sia del tutto sufficiente a vincere sul campo di battaglia se non si ha il controllo delle leve economiche. La Cina sta dicendo al mendo di essere in possesso di tecnologia militare avanguardistica per mettere all’angolo il nemico sul piano operativo-logistico ma deve fare attenzione alle armi finanziarie perché potrebbero esserle puntate contro.   

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