Non solo per sport – Jannik Sinner e il revival nazionalista italiano

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Domenica Jannik Sinner ha conquistato il torneo ATP 500 di Vienna, superando in finale il tedesco Alexander Zverev e offuscando, almeno per un po’, le recenti polemiche sulla sua partecipazione alla prossima Coppa Davis. Negli scorsi giorni, infatti, il tennista di San Candido è stato molto criticato per aver scelto di non prendere parte al torneo per squadre nazionali, che ha vinto con l’Italia nelle ultime due edizioni.

La rinuncia di quest’anno è valsa a Sinner nuove rimostranze, arrivate da ben oltre i confini dello sport italiano. La più discussa è stata quella di Bruno Vespa, in un raro intervento su questioni non strettamente politiche: la scorsa settimana, il conduttore di Porta a Porta ha dedicato a Sinner addirittura due post sui social. Altre critiche sono poi arrivate dal critico televisivo Aldo Cazzullo, dall’economista ed ex senatore Carlo Cottarelli, e dal giornalista Beppe Severgnini.

Già questi nomi rendono bene l’idea di come il caso Sinner non sia stato percepito come un tema prettamente sportivo, ma anzi molto più ampio. In discussione c’è l’italianità stessa del tennista, “colpevole” di avere un nome e un accento stranieri. Lo ha espresso bene Vespa, dicendo che Sinner “parla tedesco” e precisando che ha il diritto di farlo poiché “è la sua lingua”.

L’identità da confermare

San Candido, il paese di origine di Sinner, si trova in Val Pusteria, nella regione del Trentino-Alto Adige, che è territorio italiano da oltre un secolo. Dire che la sua lingua sia il tedesco è una semplificazione molto grossolana, dato che ogni altoatesino è semmai bilingue. Ma le recenti polemiche rivelano un retropensiero nazionalista che negli ultimi anni sta tornando a emergere nel dibattito italiano, soprattutto in ambito sportivo.

Pur avendo la cittadinanza ed essendo italiano a tutti gli effetti, Sinner soffre dello stigma dello straniero, ed è costantemente pressato per “confermare” la propria identità italiana. Ogni elemento viene usato per metterla in dubbio: la residenza a Montecarlo, la rinuncia ai Giochi Olimpici di Parigi, il passo indietro dalla Coppa Davis di quest’anno. Le stesse critiche potrebbero essere fatte anche ad altre persone del mondo dello sport e dello spettacolo, ma diventano un problema nazionale solo con Sinner.

Il tennista altoatesino ha ereditato, suo malgrado, un ruolo che in passato è stato rivestito dalla pallavolista Paola Egonu. Nata e cresciuta a Cittadella, per via delle origini nigeriane della famiglia è stata a sua volta chiamata a dover dimostrare la propria italianità in ogni momento.

Severgnini ha approfondito ulteriormente questo tema, seppure inconsapevolmente. Dopo aver premesso di considerare Sinner italiano (ed è bizzarro che lo si debba precisare), ha poi aggiunto che il tennista “deve decidere se essere un eroe nazionale o un campione molto forte e molto ricco”. Non è dunque il Sinner-atleta a essere messo sotto i riflettori, ma il suo potenziale status di “eroe nazionale”, una terminologia che rimanda a personaggi mitologici al centro di complessi processi di nation building.

Affiora, da tutti questi discorsi, un nazionalismo fragile e paranoico, in cui all’atleta di talento che può dare prestigio al Paese si chiede in realtà qualcosa di più. Non tanto di vincere, ma di ricordarci che lo sta facendo “per noi”.