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L’Est Europa assume sempre più le sembianze di un polveriera sul punto di esplodere e non c’entra solo l’Ucraina. L’Unione europea ha recentemente annunciato il suo impegno a inviare nuove risorse militari in Bosnia Erzegovina nell’ambito della missione Althea, operazione lanciata più di vent’anni fa per contribuire al mantenimento della pace nella regione dopo la terribile guerra combattuta tra il  1992 e il 1995 e che ha portato alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Il motivo? Negli ultimi tempi a impensierire Bruxelles sono le spinte autonomiste e secessioniste delle regioni a maggioranza etnica serba e che sono sempre più tentate a trovare un nuovo tetto sotto cui accamparsi in quel di Belgrado dopo che il leader filoserbo (e filorusso), Milorad Dodik, è stato condannato a un anno di carcere e a sei mesi di interdizione dai pubblici uffici per aver disatteso le ingiunzioni dell’Alto Rappresentante Onu volte all’osservanza delle leggi promulgate dalle istituzioni di Sarajevo.

Da Bruxelles non sono giunti molti dettagli riguardo al contributo da fornire al Governo bosniaco ma parrebbe che si tratti dell’invio di 400 unità destinate a rimpinguare il contingente Eufor costituito da truppe di 20 Paesi membri della Comunità europea e non solo, come il Regno Unito e la Turchia. A dire la sua, però, è anche il Cremlino che ha ritenuto che la sentenza di condanna sia stata dettata da ragioni politiche,  in una zona dove l’equilibrio tra gruppi etnici è sempre stato piuttosto precario.

Milorad Dodik e la Repubblica Srpska

Milorad Dodik è dal 2022 presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, ovvero la Repubblica Srpska, una delle due entità che costituiscono l’odierna repubblica con capitale Sarajevo insieme alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina. Dodik, come la maggior parte della popolazione del territorio su cui governa, è di etnia serba e dal suo insediamento i sentimenti revanscisti hanno cominciato a farsi  sempre più largo anche nell’assemblea locale. 

Dodik si è fatto promotore di provvedimenti legislativi volti a vietare l’applicazione delle sentenze emesse dalla Corte costituzionale di Sarajevo e a modificare la legislazione relativa alla pubblicazione delle leggi. In questa incrinatura delle relazioni interistituzionali si è infilato l’Alto Rappresentante Christian Schmidt, un funzionario internazionale deputato alla vigilanza sul rispetto degli accordi di Dayton siglati nel 1995 tra le ex repubbliche jugoslave, che ha ingiunto la revoca di tali atti. Dodik davanti alle richieste di Schmidt ha fatto spallucce e la giustizia bosniaca è intervenuta esprimendo un verdetto di condanna di primo grado, contro il quale Dodik potrà fare ricorso in appello.

Alla notizia dell’esito sfavorevole nei suoi confronti, il presidente della Repubblica Srpska ha parlato di processo politico la cui sentenza è stata ispirata “dall’odio razziale e nazionale” contro i serbi e, di tutta risposta, l’assemblea legislativa regionale ha approvato delle leggi in aperto contrasto con la Costituzione della Bosnia ed Erzegovina. Le misure adottate sanciscono il divieto di operatività delle principali istituzioni giudiziarie bosniache, tra cui la Corte e la Procura di Stato, nonché dell’Agenzia statale per l’Investigazione e la Protezione (SIPA), l’unico corpo di polizia con giurisdizione su tutto il territorio nazionale. Un’ulteriore disposizione impone ai funzionari pubblici della Repubblica Srpska impiegati nelle istituzioni bosniache di attenersi alle direttive delle autorità locali e in caso di inadempienza, è prevista persino la reclusione.

La solidarietà di Mosca e non solo

Davanti alla promulgazione delle suddette leggi, il ministro degli Esteri di Sarajevo ha definito Dodik un “istigatore del colpo di Stato” auspicando un pronto intervento della Corte costituzionale che dichiari l’illegittimità del pacchetto legislativo. Di contro, il leader dei nazionalisti serbi ha ricevuto attestati di solidarietà dalla Russia dove il titolare della diplomazia Sergej Lavrov ha parlato di “palese presa in giro dello Stato di diritto” e, per giunta, il Cremlino  ha avanzato la richiesta di una sessione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere dell’affaire Dodik. Dichiarazione di sostegno sono anche arrivate da altri due politici di primo piano dell’Est europeo, Aleksandar Vučić e Viktor Orban, che hanno rispettivamente parlato di “verdetto antidemocratico” e “caccia alle streghe e abuso del sistema giudiziario contro un leader eletto democraticamente”.

La situazione, dunque, si sta facendo sempre più  incandescente nelle terre di confine tra Occidente e Oriente poiché pare che anche i Balcani possano essere origine di terremoti politici che rischiano di allargare ulteriormente la faglia tra la leadership europea e quella russa, già ai ferri corti sulla questione ucraina. Considerando le circostanze, scomodare una celebre espressione di Winston Churchill non sarebbe così lunare dato che le contingenze storiche attuali ci suggeriscono che proprio una “nuova cortina di ferro” stia prendendo forma in Europa.          

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