Il vicepresidente della corsa alla Casa Bianca non potrà essere un comprimario per i democratici. Appare destino che la partita presidenziale Usa sia da guardare a più dimensioni. Kamala Harris è proiettata a sfidare Donald Trump dopo il ritiro dalla corsa del presidente Joe Biden. E per un vice che vuole entrare nella corsa, ce n’è uno potenziale, JD Vance, scelto da The Donald, la cui nomina ha un preciso orientamento politico. Quello, cioè, che mira a mostrare la corsa dei conservatori verso determinati gruppi di elettori, dagli Hillbilly ai colletti blu dell’America profonda al mondo cattolico, e verso gruppi strategici di sostenitori, come i venture capitalist del tech di cui Vance è amico.
Logico, dunque, che anche la scelta vicepresidenziale dei dem dovrà essere altrettanto connotata politicamente. Ragionando in uno scenario ancora tutto da vidimare, che veda Harris favorita dalla pioggia di endorsement di grandi ex e maggiorenti odierni dei progressisti Usa, i candidati alla vicepresidenza per il Partito Democratico dovranno mostrare la volontà di difendere il suo consenso in determinate nicchie di elettorato. E sfidare l’operazione Vance, uomo con cui Trump vuole ampliare la sua base di consenso procacciandosi voti mentre al candidato presidente rimane l’alta elaborazione strategica e il battage contro i rivali.
Ai democratici nomi di questa foggia non mancano. E andrà capito su che mix di esperienze politiche andrà la preferenza di un’eventuale candidatura Harris. Ci sono le scelte di establishment, come Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota, che blinderebbe la continuità delle alte sfere del partito, principalmente dei clan Obama-Clinton, al fianco della Harris. Ci sono giovani ambiziosi come il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, ritenuto volto nuovo dei centristi.
Ma la vice deve tenere conto che blindare un ticket che unisca una californiana come la Harris stessa a un altro esponente dell’élite liberal può apparire divisivo per l’elettorato degli Stati chiave, dalla Rust Belt in giù. Ragion per cui i nomi che forse potrebbero esser più papabili vanno cercati nella regione dei laghi o nei flyover States dell’America interna.
Tra questi spiccano due nomi. Josh Shapiro, 51 anni, è il governatore della Pennsylvania, Stato decisivo e in bilico dove Trump ha vinto nel 2016 e Biden nel 2020. Grande mediatore, di recente ha mandato messaggi di conforto a Trump dopo l’attentato di Butler. Gretchen Whitmer, 52 anni, guida invece il Michigan, altro Stato “operaio” e assieme al collega appare la più probabile alternativa progressista a Vance. Uno dei due potrebbe ricordare che la periferia post-industriale non è solo formata da potenziali elettori di Trump, e rafforzare l’agenda Biden che guardava all’area post-industriale per recuperarla ai grandi piani infrastrutturali, energetici e di transizione dell’amministrazione. Shapiro avrebbe maggiori consensi nei centristi, anche complice la sua salda posizione filo-israeliana, ma questo potrebbe alienargli simpatie nella consistente minoranza progressista di cui Whitmer è un punto di riferimento.
Il Los Angeles Times cita anche la possibilità di un candidato dem tra i governatori degli Stati a trazione repubblicana del Sud. Roy Cooper, governatore del Nord Carolina, è un ex procuratore di ferro che ha conquistato il campo progressista. A molti appare però un possibile doppio della Harris per storia pregressa e posizioni politiche. Più alte le prospettive di Andy Beshar, governatore del Kentucky: “è riuscito a formare una propria identità politica, non legata all’ala liberal del Partito Democratico”, nota l’LA Times. Che aggiunge: “ex procuratore generale dello Stato che ha vinto la carica di governatore nel 2019, Beshear ha sferrato un colpo al diritto di voto nel 2019 quando ha firmato un ordine esecutivo che ripristinava il diritto di voto per 180.315 cittadini del Kentucky, molti dei quali neri, che erano stati condannati per reati non violenti”.
Un ultimo nome che è nel taccuino dem è il senatore dell’Arizona, altro Stato chiave, Mark Kelly. Ex astronauta, Kelly è una figura in crescita nell’orizzonte democratico. Attento alle politiche della difesa e della sicurezza, è ritenuto un battitore libero su temi come l’immigrazione, dove vota spesso con i repubblicani, e a 60 anni, con il mix di attenzione alla politica globale e il suo passato alla Nasa, è una figura identitaria non connotata a sinistra. Ma che su molti temi, come il controllo delle armi, sostiene le posizioni dem in forma più solida di molti esponenti di lungo corso. Da questo paniere di nomi, insomma, può uscire il numero due alla corsa presidenziale per i democratici. La partita sarà complessa: per battere Trump e Vance il nome da scegliere dovrà essere una figura capace di una comunicazione attiva ma anche, se non soprattutto, dalle idee politiche chiare. Perché questa campagna rissosa e litigiosa alla fine si giocherà in un pugno di Stati chiave dove a decidere sarà la politica. E dunque una visione del mondo che i candidati dovranno saper declinare e divulgare, in una gara dove i vice avranno importanza maggiore rispetto a passate corse presidenziali.

