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La pandemia causata dall’ultimo coronavirus ha scatenato una vera e propria guerra parallela, soprattutto nelle scorse settimane e in particolare all’inizio del contagio, sull’origine del virus. Una battaglia a colpi di accuse tra Stati Uniti e Cina che sono scivolate addirittura nella diffusione di notizie false, con dei toni propagandistici che non si vedevano dai tempi della Guerra fredda, quando l’Unione sovietica accusava la Cia di aver costruito in laboratorio il virus Hiv dell’Aids.

Nel mese appena trascorso, che ha visto l’epidemia diffondersi esponenzialmente in quasi tutti i Paesi occidentali e in particolar modo negli Usa – con buona pace dei complottisti di ogni fede politica che volevano il virus creato in laboratorio dal Pentagono – abbiamo assistito a scambi di accuse anche molto forti da parte delle rispettive diplomazie. Da un lato Pechino, il 12 marzo, ha fatto sapere per voce del suo ministro degli Esteri, che Covid-19 è stato portato in Cina dall’Us Army durante la partecipazione dei giochi militari mondiali tenutisi a Wuhan a ottobre dell’anno scorso, dall’altro la Casa Bianca, riferendosi alla malattia, la ha definita “virus cinese” (presidente Donald Trump) e “Virus di Wuhan” (Segretario di Stato Mike Pompeo). Se queste definizioni possono apparire “normali” ai più, non lo sono per chi mastica di politica internazionale: nemmeno la molto più letale Sars, nel 2003, era stata definita in tal modo per una sorta di rispetto verso il “dragone”, che era ormai diventato tra i maggiori attori della politica globale e, volenti o nolenti, un partner commerciale fondamentale. Le parole, in diplomazia, hanno un peso anche se prese singolarmente: una lezione che la Russia sembra aver dimenticato nel passato recente, ma questa è un’altra storia.

La stessa Cia, chiamata in causa da Pechino che poi, molto saggiamente, ha ritrattato per bocca del suo ambasciatore negli Usa Cui Tiankai quando ha definito certe voci “folli” (da entrambi i lati della barricata però), ha sempre sostenuto la “naturalità” di Sars-CoV-2, ovvero che non si tratta di un’arma batteriologica: una possibilità che avevamo escluso su queste colonne nei primi giorni della sua diffusione in Italia in forza di motivazioni prettamente militari, ma anche suffragandole da evidenze di tipo scientifico, le stesse riferite dall’agenzia di intelligence Usa.

Accertato quindi che non siamo davanti a un patogeno artificialmente creato per un qualche tipo di fine militare, restano sempre le domande su come abbia potuto diffondersi dai pipistrelli all’uomo e quindi generare la pandemia che stiamo affrontando con grandi sacrifici umani ed economici, da cui, probabilmente, non ci riprenderemo appieno prima di un decennio.

La storia del “mercato di Wuhan“, quella ufficialmente diffusa da Pechino, sembra però traballare, tanto che gli stessi scienziati, prima ancora delle agenzie di intelligence, lasciano aperta la porta alla possibilità che possa essere occorso un incidente in un laboratorio cinese che stava studiando i coronavirus animali per cercare un qualche tipo di cura o vaccino. Evento plausibile anche con l’aiuto dell’ingegneria genetica, come abbiamo avuto modo di affrontare in un precedente approfondimento.

Perché la teoria del “mercato del pesce” non funziona? Innanzitutto gli animali che hanno ospitato il virus in origine, i pipistrelli, non venivano venduti al mercato incriminato di Wuhan, sebbene ci sia la possibilità che possano aver contaminato altri animali là presenti. A suffragare questa tesi, come ci ricorda il Washington Post in un recente articolo, c’è uno studio di Lancet di gennaio che afferma che i primi contagi uomo-uomo di Covid-19 non hanno alcuna connessione col mercato della città della provincia di Hubei.

Secondariamente potrebbe esserci stato un rilascio accidentale: il centro di ricerca batteriologica, il Chinese Center for Disease Control or Prevention, dista solo poche centinaia di metri dal mercato ed è possibile che ci sia stato un problema di cattivo smaltimento dei “rifiuti”, in questo caso i pipistrelli usati negli esperimenti.

Forse però l’ipotesi più interessante, e più inquietante in prospettiva futura, sull’innesco dell’epidemia è quella avanzata da Richard Ebright, un microbiologo ed esperto di sicurezza biologica della Rutgers University. Il ricercatore afferma, sempre al Washington Post, che “il primo contagio umano potrebbe essere avvenuto in modo accidentale” col virus che è passato dai pipistrelli all’uomo “durante un incidente in laboratorio” a causa delle scarse misure di sicurezza del centro di ricerca cinese.

Ebright afferma che a Wuhan i coronavirus sono studiati con un livello di “biosicurezza” pari a 2, che fornisce solo protezioni minime che avrebbero dovuto essere quelle del livello 4, definito Bsl-4 (Biological Safety Level), il più elevato data la natura dell’agente patogeno.

Il ricercatore sostiene la sua tesi descrivendo un video dello scorso dicembre girato nel centro di ricerca di Wuhan in cui si vede personale “raccogliere campioni di coronavirus da pipistrelli con sistemi di protezione individuale del tutto inadeguati e con metodologie del tutto insicure”. Ebright poi ha citato due articoli, del 2017 e del 2019, in cui si descrivevano gli “eroici” ricercatori di Wuhan che catturavano i pipistrelli nelle caverne “senza prendere misure protettive” ed esponendosi così all’urina degli animali – potenzialmente infetta – che pioveva dalla volta come “gocce di pioggia”.

C’è poi la questione che rimanda direttamente al regime censorio della Cina, che ha nascosto anche quanto più possibile il nascere dell’epidemia che ormai viene fatto risalire alla metà di novembre: un articolo scientifico apparso su Research Gate a firma di due ricercatori della South China University of Technology – Botao Xiao e Lei Xiao – affermava che “in aggiunta alle origini date dalla ricombinazione naturale e degli ospiti intermedi, il coronavirus killer si è originato probabilmente nei laboratori di Wuhan. Il livello di sicurezza può aver bisogno di essere rinforzato in laboratori ad alto rischio biologico”.

L’articolo accusatorio è stato “curiosamente” ritirato poco tempo dopo la sua pubblicazione e a febbraio uno degli autori ha riferito al Wall Street Journal che “non era supportato da dirette evidenze”, ma il sospetto che i due autori si siano dovuti piegare alla censura del Politburo resta.

Anche se in questi ultimi giorni stiamo assistendo ad un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina, con gli inviti e soprattutto i primi passi verso la collaborazione medico-scientifica e anche dal punto di vista della reciproca assistenza per sconfiggere l’epidemia, su Pechino resta comunque un pesante sospetto non tanto sull’origine biologica del virus quanto dal punto di vista della sua diffusione nell’ambiente. Le condizioni di sicurezza dei laboratori e le procedure di biocontenimento con le quali vengono trattati certi agenti patogeni non possono più essere considerate come delle semplici “questioni interne”, ma vista la pericolosità per l’intera popolazione planetaria – come stiamo osservando con la diffusione di Covid-19 – devono essere trattate come un problema mondiale e non è più tollerabile che siano coperte da censura, soprattutto in prospettiva di una futura e nuova pandemia, che potrebbe essere molto più letale di quella attualmente in atto.