Malabar 2017. Questo è il nome dell’esercitazione navale congiunta che si è tenuta il mese scorso nelle acque dell’Oceano indiano che ha visto partecipare le flotte di India, Stati Uniti e Giappone presenti con le proprie “capital ship”: la portaerei USS Nimitz, la portaerei indiana Vikramaditya ed il cacciatorpediniere portaelicotteri tuttoponte giapponese (in pratica una portaerei leggera) Izumo. L’esercitazione, inaugurata per la prima volta 23 anni fa, ha visto alternarsi altre nazioni nel corso degli anni, tra cui l’Australia e Singapore, e la presenza giapponese è stata ufficializzata solamente, e non a caso, nel 2015. In quell’anno infatti l’espansionismo della Cina verso i mari che la circondano raggiunse il suo acme con la costruzione di isole artificiali nell’arcipelago delle Spratly nel Mar Cinese Meridionale: vero e proprio atto di rivendicazione unilaterale della sovranità dell’area che costrinse Washington ad una prima graduale poi sempre più intenso ritorno militare nell’area. L’amministrazione Obama infatti aveva declinato la responsabilità della risoluzione delle dispute territoriali nell’area alle nazioni direttamente coinvolte (Filippine, Viet Nam, Malesia, Taiwan) agendo parallelamente in seno alle Nazioni Unite rivendicando il diritto di libera navigazione dei mari e sostenendo la limitazione della EEZ (Zona di Esclusività Economica) alla sola piattaforma continentale di ciascun Stato coinvolto. Successivamente col cambio di esecutivo alla Casa Bianca l’azione americana si è fatta più intensa non solo a parole ma anche con il ridispiegamento nell’area di bombardieri e forze navali.

[Best_Wordpress_Gallery id=”604″ gal_title=”Esercitazione esercito cinese”]

Ma cosa c’entra l’India? Nuova Delhi in questo gioco tra (super)potenze diventa un prezioso attore co-protagonista nel quadro del tentativo americano di limitare l’espansionismo cinese nell’area che va dall’Oceano Indiano sino al Mar del Giappone. In gioco infatti c’è il controllo dello Stretto della Malacca crocevia importantissimo del traffico navale e passaggio obbligato per quelle merci e risorse energetiche che via nave sono destinate a Pechino. Lo stretto, sito tra Indonesia e Malesia con Singapore strategicamente posta alla sua punta, è attraversato da più di 60 mila vascelli che rappresentano il 25% del traffico mercantile globale e per la Cina l’importanza strategica di questo passaggio cresce di anno in anno di pari passo con il proprio Pil: il petrolio greggio destinato a Pechino prodotto nel Golfo Persico e in Africa passa obbligatoriamente per questa importante via di comunicazione e si stima che la Cina dipenda per il 75% da questa risorsa. Pertanto a Pechino, sin dal 2004, si discute del “Malacca dilemma”: si ritiene infatti che chi controlla gli accessi allo stretto abbia la capacità di stringere in una morsa la vitale linea di rifornimenti energetici della Cina. Quindi per Pechino diventa fondamentale la presenza nell’Oceano Indiano, preclusagli per questioni geografiche, e sta facendo di tutto per avere qualche sbocco su quello che considera un mare strategico al pari del Mar Cinese Meridionale: la recente installazione militare a Gibuti va letta in questo senso, ma si accarezza anche l’idea di un possibile taglio verso il Bangladesh proprio attraverso la regione del Sikkim, oggetto di contenzioso territoriale con l’India. Contenzioso che rischia di trasformarsi in un’escalation proprio in questi giorni a causa del riacuirsi degli scontri di confine iniziati lo scorso 18 giugno quando truppe indiane sono penetrate per 100 metri in territorio cinese nel Dong Lang (o Dokalam) a cui fa da corollario il recente “alterco” in un’altra storica regione contesa, quella del Kashmir, quando martedì scorso presso Ladakh ha avuto luogo un lancio di pietre (ma alcuni media riportano anche uno scontro a fuoco) tra truppe cinesi e indiane.

Gli Stati Uniti hanno quindi saputo giocare bene le proprie carte con un alleato d’area, l’India, che spesso nella storia non è stato tale e che continua ad avere un comportamento ambiguo giocando strategicamente le proprie carte per cercare di isolare la Cina, uno dei suoi due nemici storici oltre il Pakistan: è notizia recente infatti che Nuova Delhi parteciperà il prossimo ottobre a esercitazioni militari con la Russia che hanno indispettito Pechino, tanto da far dire a Serghei Yermakov, vice capo del Military and Political Studies Center of the Russian Institute for Strategic Studies, che queste esercitazioni sono finalizzate solo ad implementare il coordinamento tra i due eserciti e non hanno nessun “paese terzo” come obiettivo, ricordando a Pechino (e rassicurandola) che la Russia ha tenuto esercitazioni navali congiunte nel Baltico che hanno visto la presenza della flotta cinese.

Lo scacchiere asiatico è quindi complesso e vede diversi attori giocare una partita, a volte doppia, per perseguire i propri interessi: non esiste solo la questione della Corea del Nord o del Mar Cinese Meridionale, ma anche quella dell’Oceano indiano. Il denominatore comune però in questi giochi strategici di alleanze, esercitazioni e dimostrazioni di forza, è solo uno: il contenimento dell’espansionismo cinese da parte degli Stati Uniti che si appoggiano a diversi alleati, anche scomodi, per cercare di metterlo in atto. Si sta delineando quindi, anzi si è già delineato da alcuni anni, un nuovo fronte geopolitico che vede la Cina e la Russia da una parte e gli Stati Uniti ed i suoi alleati dall’altra, ed il campo principale di gioco questa volta è l’Estremo Oriente.