“Non fermeremo l’arricchimento dell’uranio, no a negoziati diretti con gli Usa”: l’Iran gela Washington

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Politica /

L’Iran chiude, per ora, a un negoziato diretto con gli Stati Uniti sul nucleare dopo che la ripresa delle sanzioni europee ha di fatto posto fine al Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sulla gestione del programma atomico di Teheran concluso nel 2015 con il benestare dei presidenti Barack Obama e Hassan Rouhani.

La strategia negoziale di Araghchi

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, alternando il volto del duro a quello dell’abile mediatore, ha espresso la nuova linea della Repubblica Islamica: rilanciare sull’uso della leva nucleare come strumento di negoziato e deterrenza. Parlando ad Al Jazeera Araghchi ha dichiarato che l’Iran “non intende negoziare direttamente con gli Usa” e “non fermerà l’arricchimento dell’uranio”.

Washington e i Paesi europei, questi ultimi spesso dimenticando le clausole del Jcpoa di cui erano firmatari, hanno più volte chiesto all’Iran la completa de-nuclearizzazione come segno della buona volontà circa il rifiuto di costruire una bomba atomica. Il Jcpoa consentiva l’arricchimento dell’uranio al 3,67% per fini di nucleare civile e per Araghchi questa soglia va conservata.

“Siamo pronti a negoziare per dissipare le preoccupazioni sul nostro programma nucleare e confidiamo nella sua natura pacifica”, ha aggiunto il navigato diplomatico, ricordando però che la formula proposta dall’Iran è la stessa interrotta dall’attacco israeliano a giugno: colloqui indiretti, come quelli andati in scena in Oman e a Roma, senza contatto diretto tra le diplomazie e con un Paese terzo operante da pontiere.

L’Iran non vuole disarmare

L’Oman si è più volte offerto, mentre indiscrezioni di stampa dei giorni scorsi riportavano che Donald Trump abbia chiesto a Giorgia Meloni di tenere aperto un canale diplomatico indiretto via Italia tra Usa e Iran. La sensazione è che la guerra lanciata da Israele e la posizione occidentale non ostile all’assalto ordinato da Benjamin Netanyahu al nucleare iraniano, a cui si è aggiunto il 22 giugno scorso il raid americano con l’operazione Midnight Hammer, abbiano suscitato profonda sfiducia negoziale nell’élite iraniana, della cui posizione Araghchi prova a fare una somma.

Dunque: sì al principio negoziale, no al bilaterale con chi, gli Usa, è accusato di aver violato il patto. No alle richieste unilaterali, sì al pragmatismo. Significativamente, Araghchi ha aggiunto che “non negozieremo mai il nostro programma missilistico e nessun attore razionale disarmerebbe”. Il richiamo agli attori razionali è una sponda alla diplomazia, che sembra chiamare fuori qualsiasi possibile convergenza con chi “razionale” non è ritenuto, e qua il riferimento va a Israele.

Araghchi deve tenere conto sia di chi nel regime vuole usare la resistenza della Repubblica Islamica alla guerra dei dodici giorni come un volano nazionalista che dei fautori del rilancio dell’attivismo anti-israeliano e dell’ala più moderata della politica, a cui peraltro appartiene anche il presidente Massoud Pezeshkian.

La strategia negoziale dell’Iran

Cosa unisce queste correnti? Un “valore d’uso” dato allo strumento nucleare e la presa di consapevolezza del fatto che la guerra con Israele è ritenuta un successo per Teheran che ha potuto impedire a Tel Aviv, nella percezione iraniana, di conseguire i suoi obiettivi strategici: “Non possiamo fermare l’arricchimento dell’uranio e ciò che non può essere ottenuto con la guerra non può essere ottenuto con la politica”, ha detto Araghchi, che una volta di più deve tenere insieme gli istinti contraddittori della politica iraniana e le pressioni degli scenari internazionali.

La scommessa iraniana è che Israele abbia passato il solco per gli Usa con la condotta a Gaza degli ultimi mesi e non goda più di linee di credito politiche paragonabili al passato, dunque ogni sua iniziativa bellica sarà disincentivata.

Nel frattempo, per l’Iran, colpito duramente da Tel Aviv nella sua proiezione regionale dal Libano allo Yemen dall’attivismo militare di Israele, il nucleare diventa giocoforza strumento di proiezione e leva negoziale di fronte al resto del mondo. Aver evitato l’annientamento del programma a giugno è stato un risultato e Araghchi lo ha ricordato: “i materiali nucleari sono rimasti sotto le macerie degli impianti nucleari attaccati e non sono stati trasferiti altrove. La tecnologia esiste, nonostante le perdite”, ha detto ad Al-Jazeera. Il messaggio iraniano è chiaro: Fordow, Natanz, Isfahan sono stati colpiti ma non obliterati completamente: da questo dato fatto, volendo, si potrà negoziare. Ma con passo cauto.

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