La geopolitica della corsa allo spazio
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La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. La sorprendente decisione di Vladimir Putin di anticipare il crudo redde rationem con il figlio ribelle fuggito dalla casa del padre e preso in adozione da una nuova famiglia, l’Occidente, ha infine avviato un processo a lungo in fermento: la transizione multipolare. Se il rischio calcolato avrà ragione o torto, cioè se condurrà a una redistribuzione ampia del potere nel sistema internazionale oppure no, lo si potrà capire soltanto con lo scorrere del tempo. E se il mondo di domani sarà migliore o peggiore di quello attuale, se più stabile o se più insicuro, sarà materia di giudizio della posterità e della storia.

Nell’era della globalizzazione, dove ogni processo ed esperienza è sofisticato e accelerato, tre mesi di guerra in Ucraina hanno prodotto e/o catalizzato eventi e fenomeni che, in altre circostanze, avrebbero impiegato anni a manifestarsi nella dimensione del tangibile. La rinascita a nuova vita della ieri cerebralmente morta Alleanza Atlantica. L’ascesa del petroyuan. La resurrezione dei BRICS. La fine dell’ambiguità strategica degli Stati Uniti nei confronti della questione taiwanese. Lo sveltimento della destrutturazione della globalizzazione, che secondo l’analista Andrea Muratore potrebbe condurre alla formazione di blocchi geoeconomici ad arcipelago.

Putin, l’iniziatore della guerra in Ucraina, ne è sicuro: il rischio che ha scelto di assumersi la notte del 24.2.22 avrà come frutto la fine definitiva dell’unipolarismo, e di conseguenza degli Stati Uniti quali poliziotto globale, e l’avvento di quel multipolarismo immaginato da uno dei suoi mentori, Evgenij Primakov, come unico sistema in grado di rendere giustizia ai torti subiti dalla Russia durante l’era eltsiniana. Ed è convinto che il tempo sia dalla parte della Russia, e di tutti coloro che la sostengono – dalla Cina all’Arabia Saudita –, perciò non è preoccupato dall’esito del primo paragrado di partita, vinto a mani basse dagli Stati Uniti, in quanto avente come unico e solo orizzonte spaziotemporale il novantesimo minuto.



Non è più un mondo per poliziotti globali

Il 26 maggio, intervenendo da remoto alla sessione plenaria del Forum Economico Eurasiatico – il foro affaristico dell’Unione Economica Eurasiatica –, Putin è stato un fiume in piena. Perché il suo discorso, inizialmente centrato sul tema in agenda – la maggiore integrazione economica (e non solo) dei paesi membri dell’UEE –, ha rapidamente assunto la forma di un manifesto, abbastanza ottimistico, sul mondo del dopoguerra.

Le parole di Putin, per chi ha letto il profetico Après L’Empire: essai sur la décomposition du système américain del politologo Emmanuel Todd, sembreranno un déjà-vu. Perché la summa del pensiero esternato dal capo del Cremlino al FEE è identica al contenuto di quel libro scritto nel vicino eppure lontano 2001: gli Stati Uniti sembrano non rendersene conto, o forse fingono di non sapere, ma il resto del mondo avrebbe smesso da tempo di guardarli come se fossero i risolutori di ogni problema e una fiamma eterna di giustizia.

Putin, nell’argomentare il proprio punto di vista, è stato più schietto e meno diplomatico di Todd. “Sempre più Paesi nel mondo vogliono e vorranno perseguire una politica indipendente” ha dichiarato il capo del Cremlino, aggiungendo che “nessun poliziotto globale potrà arrestare questo naturale processo globale”. “Nessuno” ha ripetuto nuovamente Putin, dando maggiore enfasi al termine, “è così forte”.



Russia: sola o in compagnia?

La guerra economica totale lanciata dall’Occidente alla Russia all’indomani della guerra in Ucraina ha scosso le fondamenta della globalizzazione: aggravamento della crisi energetica, inflazione, spettro della carestia globale e sanzioni ad alto impatto.

I belligeranti hanno sfoderato le (migliori) armi a loro disposizione: l’Occidente il dollaro e le sanzioni – facendo dell’economia russa la più sanzionata della storia: oltre 6mila (maggio 2022) –, la Russia l’energia e il cibo. Il risultato di tre mesi di guerra economica totale e semi-globale ha inciso in maniera diversa a seconda del luogo: ha alimentato timore nella poststorica e impreparata Unione Europea, è stato accolto con favore negli Stati Uniti – la cui aspettativa era di utilizzare l’Ucraina per disaccoppiare Ue e Russia – e ha messo alla prova l’economia di resistenza della Russia.

Putin, parlando della guerra economica in corso tra Occidente e Russia, ha voluto rassicurare i membri dell’UEE: il Cremlino non chiuderà l’economia nazionale al mondo – è il mondo occidentale che ha voluto chiudersi alla Russia allo scopo di farla collassare economicamente, sottovalutandone, a suo dire, la resistenza e lo stato (avanzato) del programma di sostituzione delle importazioni. Il che è vero, essendo un fatto ampiamente noto ai conoscitori della Russia, ma la sua importanza è relativa e il suo successo (o fallimento) è una questione di prospettive: veridico e principale obiettivo (geoeconomico) degli Stati Uniti era l’UE, più nello specifico gli assi Parigi-Berlino e Berlino-Mosca, non la Russia stricto sensu.



Sarà la storia a dare torto a ragione a Putin, appendendone il ritratto nella parete dei padroni del destino o in quella delle vittime del fato, nella stessa maniera in cui darà torto o ragione a Joe Biden, premiando o punendo la sua grand strategy a tre direttrici – latinoamericanizzazione dell’UE, implosione della Russia e contenimento della Cina.

Se Biden è già riuscito nel primo dei suoi tre intenti, rafforzando la NATO e riportando gli Stati Uniti al centro della Comunità Euroatlantica, e confida di aver gettato le fondamenta affinché si compia il secondo, Putin è convinto che la voglia di emancipazione del Rest (of the world) alla lunga avrà la meglio sul decadente-ma-ostinato West. E per imporre la sua visione su quella degli Stati Uniti non ha che tre modi: securizzare l’estero vicino, da qui il palco selezionato – l’UEE –, corteggiare la Cina, perciò il monito avviene a breve distanza dalle dichiarazioni di Biden che han posto fine all’ambiguità strategica su Taiwan, e promettere ai grandi indecisi che nel mondo immaginato dalla Russia non ci sarà spazio per poliziotti globali e giudici supremi, perché a ognuno verrà concesso un giardino (esclusivo) da curare e un equo concerto in cui far valere i propri diritti se e quando violati.

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