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Sembrava che il Bangladesh, grazie alle proteste innescate un anno fa da un gruppo di coraggiosi studenti desiderosi di ottenere maggiore giustizia sociale, stesse per incamminarsi verso un sistema politico democratico. Un sistema distante anni luce da quello gestito per ben 15 anni dalla premier Sheikh Hasina, più volte accusata di corruzione e violazione dei diritti umani, e per questo finita nel mirino di masse inferocite.

Il neonato governo ad interim guidato dal premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, – sulla carta un profilo perfetto per annunciare la transizione democratica – ha però presto tradito le illusioni popolari (e mediatiche). Nel 2024 Mr. Yunus prometteva di indire elezioni credibili per ripristinare la democrazia, di avviare riforme costituzionali oltre che di riportare la pace nelle strade e nelle piazze del Paese.

Un anno più tardi la sua amministrazione sta ancora faticando a contenere le conseguenze della rivolta anti Hasina mentre il Bangladesh si trova impantanato in una crescente incertezza e alle prese con una preoccupante polarizzazione politica.

Incertezza politica

Gli studenti che hanno rovesciato Hasina hanno formato un nuovo partito, il Jatiya Nagorik Party (Ncp), con l’obiettivo di spezzare l’influenza schiacciate delle due formazioni politiche dinastiche presenti nel Paese: il Partito Nazionalista del Bangladesh (Bnp) e la Lega Awami dell’ex premier defenestrata. C’è solo un piccolo problema: l’Ncp è stato accusato dai suoi oppositori di essere in realtà vicino all’amministrazione Yunus e di voler creare il caos per ottenere vantaggi elettorali utilizzando le istituzioni statali.

Non solo: il più grande partito islamista del Bangladesh, il Jamaat-e-Islami, è tornato in campo più di un decennio dopo essere stato soppresso dal governo Hasina. Alleato con il partito studentesco, sta adesso cercando di colmare il vuoto lasciato dalla Lega Awami, messa al bando a maggio. Sia il Bnp che il Jamaat-e-Islami lottano per stabilire la supremazia all’interno dell’amministrazione Yunus e della magistratura, e perfino nei campus universitari.

In un contesto simile, Yunus aveva annunciato che le elezioni si sarebbero tenute il prossimo aprile ma tutto può succedere data la precaria situazione dell’ordine pubblico e la mancanza di un chiaro consenso politico a sostegno dell’esecutivo in carica.

Nuovi scontri

A proposito di ordine pubblico, il Bangladesh rischia di finire nuovamente nel caos. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha riacceso le violenze. Tutto è successo quando l’Ncp ha tenuto un comizio a Gopalgunj per commemorare la rivolta anti Hasina. A quel punto alcuni membri della Lega Awami hanno prima cercato di interrompere l’evento, poi, armati di bastoni, hanno attaccato i presenti.

Secondo alcuni testimoni i ”teppisti” dell’Ncp avrebbero creato scompiglio nella città natale di Hasina con intenti provocatori e per questo si sarebbero scontrati con gli abitanti del posto. Secondo altre fonti l’esercito avrebbe fatto fuoco sui manifestanti, provocando almeno quattro morti e numerosi feriti, in una dinamica descritta come senza precedenti nella storia recente del Paese.

Hasnat Abdullah, coordinatore del Ncp, ha dichiarato all’Afp che i partecipanti alla manifestazione si sono rifugiati in una stazione di polizia dopo essere stati aggrediti: “Non ci sentiamo affatto al sicuro. Hanno minacciato di bruciarci vivi“.

Nel frattempo, le fazioni islamiste – alcune delle quali hanno proposto modifiche ai diritti delle donne e chiesto l’introduzione della Sharia – sono tornate a contendersi il potere. Molte di loro progettano di stringere alleanze con il Bnp o il Jamaat-e-Islami. Altre hanno addirittura abbracciato visioni radicali ispirate all’Isis. Non una prospettiva rosea per un Paese popolato da 170 milioni di persone, il 90% delle quali di fede islamica.

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