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25 e 26 luglio: due giorni da cerchiare in rosso sul calendario. Due giorni durante i quali le relazioni tra Stati Uniti e Cina potrebbero, almeno parzialmente, farsi più serene. Il Dipartimento di Stato americano, infatti, ha annunciato che Wendy Sherman, vice segretario di Stato, farà tappa anche nella Repubblica Popolare. La signora Sherman, che ha in programma un tour de force asiatico, visiterà Tianjin dopo aver toccato Giappone, Corea del Sud e Mongolia. Per non farsi mancare niente, a onor di cronaca, l’alto funzionario inviato da Washington approderà anche in Oman il prossimo 27 luglio.

In ogni caso, mentre le due maggiori economie del mondo sono alle prese con il complicato tentativo di imbastire una relazione bilaterale accettabile, soprattutto in ambito economico, Sherman dovrebbe incontrare il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e altri dirigenti locali. È molto interessante leggere la nota diffusa dal Dipartimento di Stato Usa. I colloqui con la Cina sarebbero “parte degli sforzi degli Stati Uniti in corso per tenere scambi sinceri, per far avanzare gli interessi e i valori degli Stati Uniti e per gestire responsabilmente le relazioni”.

Non solo: nel documento Washington ha utilizzato l’acronimo per il nome ufficiale della Cina, ovvero Repubblica Popolare Cine (RPC). Le parti discuteranno “le aree in cui abbiamo serie preoccupazioni per le azioni della RPC, nonché le aree in cui i nostri interessi si allineano”, si legge ancora nella nota.

Una visita strategica

Al di là delle formule di rito e del lessico utilizzato, è interessante notare un altro aspetto. La decisione del Dipartimento americano potrebbe essere figlia di quanto avvenuto lo scorso maggio, quando il “whistleblower” del caso Pentagon Papers, Daniel Ellsberg, portò alla luce un documento ufficiale riservato che forniva un quadro dettagliato del momento in cui gli Stati Uniti furono a un passo dal lanciare attacchi nucleari contro la Cina durante la crisi dello Stretto di Taiwan del 1958.

Altra curiosità: Pechino incontrerà l’ospite statunitense dopo che Pechino, ha sottolineato il Financial Times, aveva inizialmente snobbato il faccia a faccia diplomatico. La Sherman avrebbe dovuto visitare la Cina come ultima tappa del suo tour asiatico, anche se il Dipartimento Usa non aveva inserito il Dragone nell’itinerario originale dopo un mezzo battibecco con le autorità cinesi. A quanto pare, Pechino si era rifiutata di concedere un incontro con Wang, offrendo un funzionario meno anziano. Tutto questo è apparso inaccettabile agli occhi di Washington, quasi un affronto. Quando il tavolo stava per saltare, ecco che invece arrivata la fumata bianca.

L’incontro avverrà in un momento estremamente complesso nei rapporti Usa-Cina. Joe Biden sta assumendo una posizione sempre più dura su vicende quali la repressione di Pechino sul movimento per la democrazia a Hong Kong, la persecuzione degli uiguri e di altre minoranze musulmane nello Xinjiang e le attività militari cinesi intorno Taiwan. Dulcis in fundo, Washington questa settimana ha accusato il Ministero della Sicurezza di Stato cinese, la sua agenzia di intelligence, di arruolare bande criminali per condurre attacchi informatici agli Stati Uniti. Dal punto di vista diplomatico, Wang Yi è molto distante da Xi Jinping, probabilmente il vero “obiettivo” americano. Non è da escludere, infatti, che l’intenzione iniziale di Sherman fosse quella di preparare un incontro tra Biden e Xi in vista del G20 italiano. Le recenti tensioni hanno tuttavia incrinato questo eventuale piano.

Spegnere l’incendio

Dando uno sguardo al passato, e considerando quanto sta accadendo al largo di Taiwan, gli Stati Uniti potrebbero aver intenzione di lanciare un messaggio indiretto alla Cina. Poiché la pressione di Pechino su Taipei sembra aumentare mese dopo mese, Washington ha riesumato dal passato un episodio criptico di ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro nel caso in cui la situazione tra le parti dovesse degenerare.

Nel 1958, quando le truppe comuniste guidate da Mao Zedong iniziarono a sparare sulle isole controllate da Taiwan – la provincia ribelle – gli Stati Uniti si precipitarono a sostenere il loro alleato con la forza militare. Come se non bastasse, in quei giorni convulsi, gli Stati Uniti stesero un piano per effettuare ipotetici attacchi nucleari sulla Cina continentale a costo di provocare la reazione dell’Unione Sovietica, la cui vendetta – rigorosamente nucleare – avrebbe potuto causare la morte di milioni di persone.

Il senso è abbastanza chiaro: in passato l’America ha già cullato l’idea di ricorrere al nucleare per difendere Taiwan dalla Cina. Sulla carta – ripetiamo: sulla carta – Washington potrebbe riproporre la stessa strategia. Ecco che la trasferta di Sherman potrebbe servire anche ad ammorbidire le posizioni delle due potenze sul nodo Taiwan.

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