Ci risiamo. Durante le Olimpiadi che si stanno svolgendo a Parigi, archiviato il dibattito sulla cerimonia d’apertura e le sue provocazioni, hanno iniziato a circolare tweet che affermano di mostrare la censura incredibile della TV iraniana. Secondo un video diventato virale, la teocrazia orientale coprirebbe ogni lembo di pelle delle atlete che competono con una serie di rettangoli e asterischi neri, con un effetto a dir poco grottesco.
Il video è stato condiviso migliaia di volte, con messaggi fortemente islamofobi, che avvertono che l’Occidente potrebbe vedere sorgere lo stesso tipo di censura se non si dovesse fermare l’immigrazione musulmana, oppure segnalano la solidarietà alle donne in lotta per i diritti civili in Iran. Tra i principali amplificatori del fake c’è Manuel Adorni, giornalista ed economista argentino che sarebbe poi diventato uno dei portavoce del governo liberista di Javier Milei, ma non mancano diversi esponenti della galassia filo-israeliana più massimalista, che vedono nell’Iran il nemico numero uno in questo momento.
Ma il video è falso. Le immagini che mostra non sono mai state trasmesse dalla TV iraniana, né riguardano le attuali Olimpiadi a Parigi. Si tratta di un collage di video ripresi durante passati eventi internazionali di atletica e concepito chiaramente come bufala. Non è neppure un video nuovo, dato che circola almeno dal 2019, durante gli allora campionati di atletica che si svolsero a Doha, in Qatar. Anche allora vari utenti lo hanno amplificato massicciamente, costringendo diversi giornalisti a fare verifiche.
Secondo il team di fact-checking dell’emittente France24, l’idea di coprire i corpi delle donne in movimento con rettangoli e asterischi per deridere gli ayatollah proviene da uno show satirico chiamato “OnTen” trasmesso sul canale in lingua persiana della Voice of America.
Non si tratta di un soggetto qualsiasi, ma di un gruppo mediatico legato alla destra iraniana monarchica, quella che vorrebbe vedere reinstallata a Teheran la dinastia dei Pahlavi (cacciata con la rivoluzione islamica del 1979) anche a costo di sponsorizzare un golpe. Tanto per capirci, anni fa, VoA ha condotto un’amabile intervista con Abdolmalek Rigi, il leader del gruppo Jundallah (designato come organizzazione terroristica nel 2010 dagli Stati Uniti) e lo ha presentato come il leader del “movimento di resistenza popolare”. In generale VoA è un network che per opporsi alla dittatura iraniana attuale non esita a dar voce a voci di una diaspora aristocratica, antidemocratica e sdegnosa.
Smascherare questo fake significa svilire la battaglia delle donne in Iran? Niente affatto. Significa avere a cuore la verità, e applicare onestà nel racconto anche quando esso riguarda un nemico geopolitico.
In Iran i canali TV, che sono tutti gestiti dallo Stato, non trasmettono affatto diverse competizioni sportive femminili per via delle restrizioni sulla rappresentazione del corpo delle donne. Ma è risaputo che le donne iraniane riescono a seguire le partite con i loro smartphone su altre piattaforme, e pubblicano i momenti salienti sui social media. Anche se sono state a lungo escluse dalla partecipazione a competizioni internazionali in molti sport come il nuoto, la lotta libera e il pugilato, le donne iraniane praticano a livello professionistico una grande varietà di sport.
Gli effetti repressivi della rivoluzione islamica del 1979 si fanno sentire tutt’oggi in un’enorme quantità di momenti della vita sociale e culturale degli iraniani, e gli sport femminili sono diventati un argomento delicato. La censura dei corpi in Iran è alla base delle proteste che nel 2022 hanno portato migliaia di donne in piazza a Teheran, e sarebbe ipocrita cercare appigli retorici dicendo che in Occidente ci sono state polemiche per le regole sui costumi del beach handball femminile, giudicato spesso iniquo e sessista da molte atlete. Troppo grande la differenza di potere tra chi può discutere come vestirsi, o non vestirsi, e chi rischia il carcere per farlo. Il debunking a volte rischia di dire cose cose formalmente vere e sostanzialmente false, per usare le parole dello scrittore Alessandro Lolli.
Ma raccontare il mondo iraniano con storie così palesemente false ridicolizza innanzitutto chi lo fa: segnalare al mondo di poter credere a qualunque cosa non vale la demonizzazione di un avversario politico. Semmai dimostra che, alla prova dei fatti, molti competenti che si sentono immuni alle fake news più grossolane ne fanno uso abbondante, non appena il bersaglio designato sembra permetterlo.
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