Tra i motivi che hanno spinto Donald Trump a mettere nel mirino la Groenlandia ci sarebbe anche il rischio che, a detta del presidente statunitense, la Cina possa, presto o tardi, in maniera più o meno esplicita, conquistare silenziosamente l’isola artica.
Ma è davvero così? Per il tycoon non ci sono dubbi: “Se non facciamo qualcosa noi, lo faranno la Russia o la Cina”. Dal canto suo, Pechino ha condannato la retorica di Trump per aver sbandierato un fantomatico fantasma cinese come “pretesto” per minacciare la Groenlandia.
Partiamo da un presupposto oggettivo: l’idea che la Cina sia pronta a fagocitare la Groenlandia da un momento all’altro è assurda. Così come lo sono le affermazioni dell’inquilino della Casa Bianca, secondo cui cacciatorpediniere e sottomarini cinesi starebbero circumnavigando l’isola.
In linea d’aria, come ha sottolineato la prestigiosa rivista statunitense Foreign Policy, la Cina si trova a circa 7.700 chilometri dalla Groenlandia. Non solo: a differenza degli Stati Uniti, la Repubblica Popolare Cinese non dispone di una rete globale di basi militari in grado di supportare un’eventuale operazione a quella distanza.

Il pretesto cinese
E allora? C’è chi prova a parafrasare Trump spiegando che le affermazioni del presidente statunitense si riferiscano alla crescente preoccupazione Usa per l’influenza cinese in Groenlandia. C’è però da dire che Pechino, se di influenza vogliamo parlare, ha molto più interesse a espandere i propri tentacoli in altre regioni.
E ancora: in merito alle sue ambizioni territoriali, la Cina è sempre stata chiara. Non risulta in nessun documento strategico che Xi Jinping – interessato semmai a Taiwan – voglia mettere le mani sulla Groenlandia.
Certo, come spiega il Guardian in un lungo “spiegone”, il Dragone ha interessi nell’isola e pure nell’Artico, in particolare nei giacimenti di Terre Rare. Bisogna però ricordare che il potenziale minerario della Groenlandia è al momento in gran parte ipotetico, visto che i suoi giacimenti si trovano in un territorio remoto e inospitale.
Le aziende cinesi hanno investito (o cercato di farlo) nelle infrastrutture locali, ma alcune offerte sono state bloccate dal governo danese, mentre altre non hanno portato a risultati rilevanti.
In ogni caso, proprio come tutte le aziende del pianeta, anche quelle cinesi investono perché vogliono fare soldi. Detto altrimenti, non c’è sempre lo zampino di Xi dietro ogni mossa societaria d’oltre Muraglia. Emerge quindi un dilemma su ciò che dovrebbe essere considerato una minaccia e quello che potrebbe essere definito un interesse legittimo.

Pechino in Groenlandia
Già nel 2019 l’allora Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, parlava delle attività cinesi nell’Artico spiegando che l’influenza di Pechino in loco rischiava di creare un “nuovo Mar Cinese Meridionale” attorno al Polo Nord.
Eppure, se è vero che il Dragone ha interessi artici, per quanto riguarda specificatamente la Groenlandia, gli investitori cinesi hanno faticato a ottenere un punto d’appoggio significativo, in parte a causa della resistenza di Stati Uniti e Danimarca.
Nel 2018, a quanto pare sotto pressione da parte di Washington, Copenaghen ha bloccato un’offerta di un’azienda statale cinese per espandere una rete di aeroporti groenlandesi. Due anni prima, a un’altra società di Pechino era stato impedito di acquistare una base navale abbandonata in Groenlandia.
Alcuni hanno indicato la partecipazione cinese del 6,5% nel progetto minerario di Kvanefjeld, nella Groenlandia meridionale, come prova degli interessi di Xi nelle Terre Rare del territorio; tuttavia, le operazioni sono inattive da quando il governo groenlandese ha vietato l’estrazione di uranio nel 2021. Non ci sono, insomma, indizi del fatto che la Cina voglia davvero conquistare la Groenlandia. Non nei termini indicati da Trump.


