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Dopo quasi un anno, Recep Tayyip Erdogan ci riprova. Questa volta a Hangzhou, in Cina, dove sono riuniti i 20 grandi del pianeta. La richiesta è la stessa avanzata nel febbraio scorso e, a ben vedere, sin dall’inizio del conflitto in Siria: quella di istituire una “no-fly zone” al confine turco siriano. E precisamente nella zona attualmente interessata dall’operazione Scudo dell’Eufrate, condotta dai militari turchi e dai ribelli dell’Esercito libero siriano, sostenuti da Ankara, contro l’Isis e i curdi delle Ypg, nel nord della Siria.Per approfondire: Il regalo di Erdogan all’IsisUna “zona di sicurezza” e di esclusione aerea nel nord del Paese, assicurata assieme alle “forze della coalizione internazionale”, che abbia la funzione di “punto di raccolta” per i profughi siriani che lasciano le aree più colpite dal conflitto. È in questi termini che lunedì, al G20 di Hangzhou, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rinnovato la proposta dell’istituzione di una “no-fly zone” nel nord della Siria, durante gli incontri bilaterali intrattenuti con il presidente americano, Barack Obama, e con il presidente russo Vladimir Putin.La zona di non sorvolo proposta da Erdogan, dovrebbe avere la funzione di limitare le partenze di rifugiati dalla Siria verso la Turchia, Paese che ospita sul proprio territorio oltre due milioni e mezzo di profughi. Profughi che, con l’istituzione di una zona di sicurezza potrebbero “avere l’opportunità di vivere in pace nella loro terra e nelle proprie case”, ha affermato Erdogan ad Hangzhou. Proprio per questo, quando Ankara propose l’istituzione di una no-fly zone al confine turco-siriano lo scorso febbraio, nel periodo in cui i jet russi erano impegnati a colpire gli obiettivi jihadisti lungo il confine turco-siriano, la proposta di Erdogan era stata appoggiata anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che tentava così di limitare le partenze dei rifugiati verso l’Europa.Ma la proposta del presidente turco non aveva avuto seguito. Nessuno degli alleati di Ankara, fatta eccezione per la cancelliera, se l’era sentita di appoggiare la richiesta siriana. Lo scopo evidente dell’operazione, aldilà dei risvolti umanitari, era, infatti, dinanzi alle vittorie che l’esercito di Damasco registrava grazie al supporto aereo dei jet di Mosca, quello di bloccare i bombardamenti russi sui ribelli sostenuti da Ankara, cercando in questo modo di creare una zona sicura dove i gruppi ribelli avrebbero potuto sfuggire agli attacchi e preparare nuove offensive. Sarebbe stato difficile, quindi, ottenere il via libera della Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e, di conseguenza, l’operazione non sarebbe stata legittima dal punto di vista del diritto internazionale.nuova stripMa oggi il quadro politico è mutato. La ripresa delle relazioni con la Russia dopo l’abbattimento del Su-24 di Mosca, la ripresa del dialogo con Israele, il golpe fallito e il crollo, dall’altra parte, delle relazioni con gli Stati Uniti per la mancata estradizione dell’imam Fetullah Gulen, e con l’Europa, rimescolano le carte. Ed Ankara cerca di volgere, per quanto possibile a proprio favore la crisi siriana, che finora, a dispetto delle previsioni degli strateghi turchi, ha portato alla Turchia soltanto problemi: dai quasi 3 milioni di profughi sul proprio territorio, costati al governo turco, ha detto oggi il presidente turco Erdogan, “12 miliardi di dollari”, fino al rinvigorimento del nazionalismo curdo. Grazie al lancio dell’operazione scudo dell’Eufrate, per la prima volta dopo due anni, l’Esercito libero siriano, ovvero i ribelli sostenuti da Ankara, sono riusciti a prendere il controllo dell’area che si estende a nord della Siria, da Azaz a Jarablus. Ora Erdogan vuole metterla in sicurezza per avere di nuovo voce in capitolo nel conflitto, sia sul piano militare, sia su quello diplomatico.Per approfondire: Erdogan, i dolori dell’aspirante CaliffoMa perché il presidente turco ottenga una concessione di questo tipo, servirebbe almeno un accordo tra i principali attori coinvolti che, da parte loro, stentano a trovare una soluzione alla crisi. E in attesa della risposta da parte delle grandi potenze, Erdogan ha comunque annunciato che la Turchia sta lavorando “con la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e con la Russia per cercare di ottenere un cessate il fuoco ad Aleppo”. Una tregua che potrebbe entrare in vigore, secondo il presidente turco, già prima del 12 settembre, la festa islamica del Sacrificio.

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