Nei primi 40 giorni di rivoluzione MAGA, è stata sancita la libertà americana di insultare qualsiasi Paese: l’Ucraina, Panama, il Canada, e la Danimarca, per esempio. O meglio: tutti tranne uno, Israele. La libertà di prendersela con Israele è dichiarata invece illegale dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dalla sua inviata alle Nazione Unite, Elise Stefanik, già responsabile della caccia alle presidi dei campus durante le proteste per il cessate il fuoco, che ha annunciato un repulisti contro l’anti-Israel hate nel Palazzo di Vetro, come se non fosse un diritto sancito dalla Costituzione.
In un momento in cui il legame sfacciato, brutale, tra l’amministrazione repubblicana e il Governo etnonazionalista di Benjamin Netanyahu viene celebrato in grotteschi video che ritraggono una Gaza ridotta a intrattenimento per turisti bianchi panzoni, anche la libertà accademica è sempre più sotto attacco. È di questa settimana la storia del bando di lavoro per un professore di Studi palestinesi allo Hunter College di New York, censurato dopo l’intervento del governatore Kathy Hochul, che ha fatto rimuovere l’annuncio dopo le proteste dei gruppi di pressione filo-israeliani.
Il 25 febbraio, il New York Post ha pubblicato un articolo in cui criticava il bando originale perché includeva termini come “colonialismo di insediamento”, “genocidio” e “apartheid” riferiti alla Palestina e alla sua storia. Tutto normale, per gli studiosi rispettabili che si occupano della questione. Ma Hochul, peraltro una democratica, ha subito ordinato alla City University of New York (CUNY), di cui fa parte Hunter College, di rimuovere l’annuncio, marchiando quel linguaggio come “teorie antisemite”. I dirigenti dell’istituto si sono subito allineati, bollando l’annuncio come “divisivo, polarizzante e inappropriato”.
Per fortuna l’ordine di Hochul è stato visto dal corpo docente come un’ingerenza eccessiva nella libertà accademica, ottenendo l’effetto contrario: i professori dell’Hunter sono più determinati che mai a far approvare la posizione. “Se non ci sono obiezioni allo studio della Palestina, allora non dovrebbero esserci obiezioni a questa versione dell’annuncio”, ha detto un membro del comitato di assunzione, che ha parlato alla rivista The Nation in anonimato.
Heba Gowayed, professoressa associata di Sociologia al Hunter College, ha difeso l’annuncio originale, sottolineando che non c’era nulla di intrinsecamente antisemita nel riconoscere i rapporti di forza in cui vivono i palestinesi. “A meno che non si consideri l’esistenza stessa della Palestina come offensiva, il che è una posizione incredibilmente razzista e disumanizzante”, ha detto Gowayed. Gli studenti, intanto, si sono riuniti in protesta e alcuni sono già stati arrestati. Il clima del resto è questo qui in quasi la totalità dei Paesi occidentali, con poche eccezioni come l’Irlanda, la Norvegia, la Spagna e forse persino l’Italia, dove nonostante il conformismo di TeleMeloni esistono spazi pubblici dove appendere la bandiera palestinese è un fatto normale.
Dall’altra parte dell’Oceano, l’amministrazione Trump, che pure si dice paladina del free speech e per questo avvolge col suo mantello protettivo una figura misogina e predatoria come lo YouTuber Andrew Tate, ha già fatto sapere di voler esercitare pressioni sulle Università su una serie di questioni sociali, come le politiche di diversità, equità e inclusione, l’insegnamento degli studi di genere e il movimento studentesco di solidarietà con la Palestina. “Tutti i finanziamenti federali verranno sospesi per qualsiasi college, scuola o università che permetta proteste illegali”, ha twittato Trump martedì. “Gli agitatori saranno imprigionati o rimpatriati permanentemente nel Paese da cui provengono. Gli studenti americani saranno espulsi permanentemente o, a seconda del crimine, arrestati. NIENTE MASCHERINE! Grazie per l’attenzione”.
Cancel culture di destra, per fare la guerra culturale all’università. Secondo Fire, una fondazione che si occupa di difendere i diritti individuali nel mondo dell’educazione, i college possono agire contro condotte illegali, ma il Presidente non può revocare unilateralmente i fondi federali, nemmeno per proteste “illegali”. Eventuali sanzioni richiedono un processo legale o amministrativo, non una decisione discrezionale. Dettagli fastidiosi per una parte rilevante della galassia radicalizzata di centro italiana, che applaude alle decisioni trumpiane quando difendono Israele come se fossero una boccata d’ossigeno, anziché una cappa repressiva sempre più forte. Trump non ha il potere di espellere studenti e le sue minacce rischiano di intimidire le proteste legittime, specialmente su un conflitto che vede leader ricercati per crimini contro l’umanità e una pulizia etnica in corso.
Eppure, la paura di perdere fondi potrebbe spingere i college a fare ciò che fanno tutte le istituzioni culturali in cerca di soldi: censurare preventivamente. Con la politica sempre più intenzionata a dettare l’agenda universitaria, il caso Hunter College diventa così un test cruciale per il futuro della libertà intellettuale negli Stati Uniti. Per ora, Trump sta mantenendo la sua promessa di difendere la libertà di espressione, ma solo per le opinioni che gli piacciono.

