Niente cittadinanza tedesca per chi nega l’esistenza di Israele

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Vuoi diventare cittadino tedesco? Devi dichiararti esplicitamente a favore dell’esistenza di Israele e del suo diritto alla soggettività internazionale. Le nuove regole a cui il governo di Olaf Scholz ha lavorato recepiscono la clausola del Lander della Sassonia-Anhalt a livello nazionale e, su iniziativa del Ministro dell’Interno Nancy Fraser, del partito socialdemocratico Spd di cui fa parte anche il cancelliere, nel quiz sulla cittadinanza per i richiedenti potrà essere inserita anche più di una domanda sulla storia di Israele e la posizione del candidato sullo Stato Ebraico.

Non a caso una testata del mondo conservatore di Tel Aviv come il Times of Israel ha dato grande rilievo ai nuovi criteri, ricordando che “nel nuovo test di cittadinanza, che i candidati dovranno superare per acquisire la nazionalità tedesca, ai candidati potrebbe essere chiesto il nome del luogo di culto ebraico, l’anno di fondazione di Israele o il particolare obbligo storico della Germania nei suoi confronti”. Con, è il sottotesto, rischi di penalizzazioni nel test per chi manchi di rispondere nel modo più chiaro.

Il governo formato da Spd, Verdi e Liberali ha aperto alla richiesta dell’opposizione cristiano-democratica della Cdu di aggiungere questa prescrizione in una legge che pone due grandi elementi di novità nel quadro della legge tedesca sulla cittadinanza: si abbassa da otto a cinque anni il termine di residenza necessario per accedere alla cittadinanza e si elimina la vecchia clausola che imponeva ai candidati alla naturalizzazione di rinunciare a eventuali seconde cittadinanze. Per Scholz e Fraser è stato naturale, dunque, aggiungere quello che è ritenuto un presupposto valoriale e che dice molto del substrato di responsabilità che in Germania ancora aleggia, a ottant’anni di distanza, per la responsabilità di Berlino nell’Olocausto.

Il non detto di questa legge è presto intuibile: allargandosi le maglie della cittadinanza tedesca, il governo vuole mostrare al mondo, e innanzitutto a Tel Aviv, che nulla cambierà nell’atteggiamento del Paese verso lo Stato Ebraico, nei cui confronti la Germania percepisce un debito morale. E chiaramente la volontà della Germania è instradare la naturalizzazione dell’ampia comunità musulmana del Paese e rispondere, nei toni ritenuti ottimali, sia all’aumento dei crimini d’odio antisemiti che alla crescita di partiti di estrema destra come Alternative fur Deutschland.

Questa legge va oltre ogni altro tentativo di rispondere a un debito morale verso Israele emerso negli anni scorsi in Europa. Ad esempio, durante il vecchio governo di Sebastian Kurz l’Austria ha aperto alla concessione della cittadinanza ai sopravvissuti dell’Olocausto, collegando dunque la risposta morale alla drammaticità del fatto storico. In questo caso, invece, si pone un problema politico chiave: collegare l’obbligo del riconoscimento di Israele come requisito per diventare tedeschi ex lege mentre buona parte del mondo è indignata per la condotta di Israele a Gaza nel conflitto che dura ormai da nove mesi amplifica quel cortocircuito su cui spesso la politica tedesca è caduta di fronte alla guerra mediorientale. Si scrive riconoscere il diritto di Israele a esistere, si legge sostegno chiaro e incondizionato a Tel Aviv: il tempismo per Berlino non è stato, certamente, dei migliori.