Era il 19 aprile quando scoppiò la rivolta. Da allora il Nicaragua non è più lo stesso. Scivola sempre più nel baratro: la corruzione ai piani alti, il malessere tra la gente. Nessuno dimentica la repressione del governo di Daniel Ortega.

Nei mesi scorsi c’è stata una carneficina: 455 morti, oltre 600 manifestanti detenuti illegalmente, più di 2mila feriti. Il Paese ne è uscito sconvolto e continua a tremare. Per ora riposano le armi che hanno sparato a primavera, ma l’equilibrio è precario. Pochi giorni fa il rettore dell’Universidad Americana (UAM) Ernesto Medina Sandino ha rassegnato le dimissioni.

Dopo undici anni alla guida della comunità accademica il suo addio diventerà effettivo a gennaio. Un gesto eclatante visto che, proprio dalle università nicaraguensi, iniziò la protesta civile. Decine di studenti rimasero arroccati nelle aule: la voce della cultura che si opponeva all’oppressione della dittatura.

La protesta partita tra i banchi di scuola ha poi unito le generazioni: i nonni e i nipoti sono scesi in piazza uno a fianco all’altro contro la riforma previdenziale del governo. Di fatto, è stato solo un pretesto per chiedere democrazia, rispetto dei diritti umani e la fine della dinastia familiare e politica di Ortega che si ingrassa tenendo il Paese nella morsa della povertà.

“Non è stato facile prendere la decisione di dire addio”, ha spiegato il rettore Ernesto Medina Sandino, “ma nel momento storico in cui vive il Nicaragua penso che le mie energie, le mie capacità e la mia esperienza debbano essere completamente dedicate a trovare una soluzione pacifica e duratura alla grave crisi che minaccia il futuro del Paese”.

Le tante pressioni ricevute e la campagna denigratoria indirizzate al rettore Medina lo hanno spinto a lasciare l’incarico con la preghiera di non strumentalizzare: “Non voglio che la mia partenza sia usata per aprire nuove ferite o per approfondire quelle che ci dividono oggi. Mi sono trovato davanti a un bivio e ho scelto il sentiero che mi porta nel posto dove potrò essere più utile al nostro Paese”.

Un passo di lato che non ha il suono della resa: “Faccio un appello a rafforzare l’unità della nostra comunità universitaria, a rispettare le nostre differenze e a unire tutte le nostre energie e capacità per costruire il nuovo Nicaragua”. La voglia di cambiamento continua a spirare, tra speranze e paure. A settembre ci fu lo sciopero nazionale per la liberazione dei manifestanti ancora in carcere, poi la nascita dei collettivi per chiedere alla Comunità Internazionale di innescare un vero processo di cambiamento.

Sei milioni di nicaraguensi sono pronti a scendere nuovamente per strada, e anche loro si troveranno davanti a un bivio. Chi marcerà sull’asfalto sfidando i carri della morte, come sono state ribattezzate le Toyota Illux dei gruppi paramilitari che sparano sulla folla e fanno sparire gli oppositori. Le immagini della scorsa primavera restano nitide nella memoria: il quindicenne Álvaro Conrado fu colpito alla gola, e per ordine ministeriale le porte dell’ospedale rimasero chiuse.

Poi l’omicidio del giornalista Ángel Gahona e ancora una lunga scia di morte. Sangue riversato dai centri alle campagne, nella capitale Managua, ma anche a León, Granada, Estelí, Matagalpa, Jinotepe, Masaya. Se tutto questo dovesse ripetersi molti nicaraguensi prenderanno poche cose e si caricheranno sulle spalle i figli per unirsi alla carovana di migranti che dall’Honduras fa rotta verso gli Stati Uniti. Allora potrebbe essere un’altra Siria, l’ennesima tragedia umanitaria. “La fuga in massa dei siriani ha prodotto milioni di rifugiati, seminando instabilità in tutto il Medio Oriente e in Europa, quella dei venezuelani è diventata il più grande spostamento di persone nell’America Latina. Un esodo dal Nicaragua creerebbe un’ondata di migranti e richiedenti asilo in America Centrale”, ha dichiarato l’ex ambasciatrice degli Stati Uniti, Nikki Haley, “il Consiglio di sicurezza dell’Onu non può osservare passivamente mentre il Nicaragua continua a scendere verso il baratro di uno stato fallito, corrotto e dittatoriale, perché sappiamo dove conduce questa strada”.