Nicaragua, 19 aprile 2018. Nella capitale Managua scoppia la rivolta. Bruciano le bandiere rosse e nere del fronte sandinista, sventolano al cielo quelle bianco azzurre simbolo della nazione. Scorre il sangue, nemmeno la sacralità delle cattedrali ripara dalla violenza. Un centinaio i feriti, almeno dieci persone sono rimaste uccise. La vittima più giovane è Àlvaro Manuel Conrado Dávila, aveva 15 anni, studente dell’istituto Loyola. Anche Darwin Manuel Urbina, 29 anni, è caduto sotto i colpi delle unità antisommossa in azione. In tutto il Paese violenti scontri si susseguono ormai da giorni senza soluzione di continuità. Managua, León, Granada, Estelí, Matagalpa, Jinotepe. Come un incendio alimentato dal vento del malessere la protesta dilaga in molte città. Rumore assordante di fischietti e pentole, aria carica di fumo dei lacrimogeni, fazzoletti imbevuti di acqua e bicarbonato per proteggersi. “Esta es la rébelion de los abuelos y sobrinos”. È la rivolta dei nonni e dei nipoti che si sentono traditi dal presidente Daniel Ortega. La gente calca le strade per manifestare contro la sua riforma della previdenza sociale (Inss) voluta per rimpinguare le disastrate casse dello Stato minate da decenni di corruzione e malgoverno.

 

La polizia risponde alla mobilitazione imbracciando i fucili. I media filogovernativi tentano di coprire la gravità della situazione, ma i video dei manganelli agitati contro i civili, le bombe molotov e i proiettili sparati ad altezza uomo girano online nel disperato tentativo di accendere una luce internazionale su quanto sta accadendo in Nicaragua.

“Quanta barbarie. È accaduto quanto temevo e che non dovrebbe accadere. C’è già almeno uno studente ucciso all’Università. Si parla di altri. Avverto molto dolore! Diciamo No alla repressione”: è l’appello di monsignor. Silvio José Baez, vescovo ausiliare di Managua, alle autorità nicaraguensi.

La dittatura del presidente Ortega mostra i muscoli, prova a confondere le acque ma la rivolta è ormai trasversale, unisce le generazioni, non si placa. I vecchi che hanno combattuto nelle fila sandiniste e i giovani delusi dal regime lottano l’uno accanto all’altro invocando la libertà. “Amo la ribellione dei nipoti ma insieme a noi ci sono anche gli anziani che ricordano quando nel 1979 hanno fatto la guerra per la patria nel nome di Daniel Ortega. Quel Daniel che ha totalmente dimenticato chi lo ha portato al potere” racconta Jessica, 32enne, manifestante, nella vita impiegata in un’azienda privata. Sono passati quasi quarant’anni dalla guerriglia rivoluzionaria d’ispirazione marxista che sconfisse Anastasio Somoza Debayle. Il copione si ripete.

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Cosa abbia avvicinato oggi la paglia al fiammifero è presto detto: la riforma previdenziale di Ortega punta ad aumentare la quota contributiva dei datori di lavoro e dei lavoratori, e togliere denaro ai pensionati. Benzina sul fuoco per un Nicaragua dall’economia fragilissima, dove le disuguaglianze sociali vanno acuendosi contrariamente alla promessa di un benessere ugualitario. Prova allora ad alzare la testa il Paese più povero dell’America Latina dopo Haiti, con un Pil di circa 12 miliardi di dollari. “Ieri mentre ero in marcia ho iniziato a chiedere quale fosse il sentimento della gente, perché stiamo uscendo per protestare. La risposta unanime è stata: ‘Vogliamo il presidente Ortega e la first lady Rosario Murillo fuori dal potere'”. La propaganda non basta più a dare l’illusione di un bel sogno. Bruciano uno a uno gli “alberi della vita”, le 300 installazioni colorate che abbelliscono Managua, pensate dalla coppia presidenziale quasi a voler distogliere la comunità dai problemi. Gli alberi sradicati per dire basta all’oppressione.

Pochi i segnali premonitori di una protesta che rischia di scivolare nella guerra civile.

La riforma, criticata dalla classe imprenditoriale e intellettuale nicaraguense, come un provvedimento che frena consumi e competitività. La Camera delle industrie del Nicaragua (Cadin) che chiede al governo di sospendere la riforma, considerando che “mina l’economia del paese, e che ha generato l’escalation di violenza”. Orecchie che non vogliono sentire e studenti che cominciano a dialogare su WhatsApp.

“Martedì 17 aprile , abbiamo iniziato a pianificare la prima marcia pacifica. Quando siamo arrivati ​​ai punti di incontro, siamo stati ricevuti dai membri pagati dei giovani sandinisti, che ci hanno picchiato e addirittura derubato – racconta Jessica – Tuttavia, questo ci ha aiutato a vedere la strategia che il governo avrebbe usato con noi e capire che la polizia non ci difenderà”.

Giovedì 18 la prima vera sommosa. “Uno studente ha perso l’occhio a causa di un proiettile di gomma, le marce si sono intensificate, i canali televisivi che stavano segnalando quanto accadeva realmente sono stati oscurati. I giornalisti rinunciano al lavoro perché non hanno il permesso di riferire in modo veritiero. Il Nicaragua si è risvegliato. La morte dei nicaraguesi ci rende solo più convinti che ‘Non un passo indietro'” aggiunge Jessica. Cerca di neutralizzare la protesta il governo rendendola il più possibile opaca. “I lavoratori statali vengono obbligatoriamente portati alle rotatorie per dire che non sta accadendo nulla e che sono a favore della riforma. Facebook presenta problemi quando si vogliono condividere informazioni sulla rivolta mentre la vicepresidente Murillo dichiara davanti ai microfoni che ci sono stati solo piccoli disordini, provocati da bande criminali” riporta Jessica. Perché tutto questo sta accadendo proprio ora?

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“È il potere”, rifletteva il giornalista Ryszard Kapuściński, “a provocare la rivoluzione”. E proseguiva dicendo che: “La scelta del momento in cui ciò accade è il più grande enigma della Storia. Perché quel giorno e non un altro? Perché è un certo avvenimento e non un altro a far precipitare le cose? Dopotutto, in passato il governo si è reso responsabile di abusi ben più gravi senza provocare la minima reazione. ‘Che cosa ho fatto?’, si chiede il sovrano, sgomento. ‘Che cosa gli è preso tutt’a un tratto?’ Che cosa ha fatto? Ha abusato della pazienza della gente. Ma dove sta il limite di questa pazienza? Come definirlo? Se anche si tentasse di dare una risposta, essa varierebbe a seconda dei casi. La sola cosa certa è che i sovrani che conoscono l’esistenza di tale limite e lo sanno rispettare possono sperare di conservare a lungo il potere. Ma i sovrani di questo tipo non sono molti”. L’equilibrio si è rotto, ora il Nicaragua cammina lungo il crinale. “Sono orgogliosa che il mio popolo sia unito, stiamo combattendo insieme – dice Jessica – Mia madre ha paura che mi possa succedere qualcosa, ma ne vale la pena. Per il Paese e per la Libertà ne vale la pena”.

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