La marcia indietro del presidente Daniel Ortega non ferma le proteste. Il leader ha annunciato domenica la sospensione della controversa riforma delle pensioni che ha scatenato la drammatica rivolta del popolo nicaraguense. Tuttavia, nonostante l’apparente (e poco credibile, secondo le opposizioni) dietrofront, gli scontri proseguono e vengono soffocati nel sangue.

C’è la tregua ma appare quanto mai traballante. Il governo proclama la linea del dialogo ma si smentisce nella realtà dei fatti: per le strade è ancora violenza. Nella notte appena trascorsa la polizia ha attaccato l’università UPOLI di Managua, roccaforte dei manifestanti: il bilancio è di un morto e 13 feriti. «Nell’edificio sono asserragliati migliaia di studenti arrivati nella capitale da tutto il Paese per protestare, solo l’intervento del parroco della zona e di monsignor Silvio José Baez ha permesso l’accesso delle ambulanze che la polizia stava bloccando fuori.

Purtroppo, l’apertura al dialogo che il presidente Ortega ha concesso sotto pressione internazionale non è stata ancora accompagnata dal ritiro della polizia e dei gruppi violenti ed armati pro-governo. Questi non hanno interrotto la spirale di violenza, anzi, l’hanno aumentata con saccheggi e vandalismi provocati per accusare gli studenti» racconta un cooperante italiano che si trova sul posto ma preferisce rimanere anonimo per evitare ritorsioni.

I disordini si susseguono anche in altre città. Gli ospedali privati hanno aperto gratuitamente le porte alle decine di feriti. I negozi tengono le serrande abbassate, le scuole saranno chiuse almeno fino a mercoledì. Nelle ultime ore gli scontri più duri a Monimbo nella zona rurale di Masaya. Sempre lo stesso il copione: da una parte le unità filogovernative dall’altra i civili, centinaia di giovani, lavoratori e anziani. Bruciano le case, volano i sampietrini, le forze dell’ordine sparano ad altezza uomo.

In modo sempre più nitido si comprende quanto la riforma previdenziale, nata per sanare il bilancio dello Stato con prelievi alle pensioni e agli stipendi, sia stata solo la miccia di una mobilitazione di massa con cui il popolo nicaraguense invoca la fine della dittatura. Alle 15 di questo pomeriggio (quando in Italia saranno le 23) per le vie di Managua sfilerà un corteo pacifico. Bandiere bianco azzurre simbolo della nazione e candele per ricordare gli oltre trenta morti dall’inizio della rivolta. I partecipanti si dirigeranno davanti all’università UPOLI che è stata teatro degli ultimi scontri.

«Probabilmente non sarebbe stato difficile trovare un accordo sulla riforma pensionistica se tutti i settori fossero stati coinvolti nella ricerca di soluzioni, ma questo ormai sembra un tema secondario» aggiunge il cooperante. La percezione dell’ennesimo tradimento da parte del potere serpeggia, ancora una volta, tra i civili. «Il presidente Ortega trova sempre modi nuovi per farci resistere. Le sue parole ci danno l’energia per non mollare» spiega Jessica, una giovane manifestante. «Non riuscirete a silenziare il popolo» promettono i cartelli imbracciati dalla gente. L’unico momento in cui i nicaraguensi restano in silenzio è riservato al ricordo delle vittime.

Su un marciapiede di Managua una donna posiziona le loro fotografie e alcuni garofani bianchi. Il viso più giovane è quello del 15enne Àlvaro Manuel Conrado Dávila, accanto a lui l’immagine del reporter Ángel Gahona, ucciso mentre stava documentando le proteste a Bluefields, a sud del Paese. Preghiere e rosari da sgranare anche per tutti gli altri. Intanto, il resto del mondo si sta accorgendo del Nicaragua. Dopo l’appello alla pace lanciato domenica da Papa Francesco si fanno sentire anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti, questi ultimi hanno condannato «la violenza e la forza eccessive adoperate dalla polizia e da altre persone contro i civili che stavano esercitando il diritto costituzionale della libertà di espressione e riunione».

Di «repressione senza senso» ha parlato Sergio Ramirez, lo scrittore nicaraguense insignito del Premio Cervantes, il Nobel della letteratura. Un tempo al fianco del leader sandinista Ortega, Ramirez prese le distanze dal governo già nel 1995. Nel confuso orizzonte non appaiono altre vie d’uscita: il dialogo che la società civile, gli imprenditori, gli uomini e le donne di cultura, la stessa Chiesa chiedono a gran voce inizierà solo quando verranno deposte le armi. Il Nicaragua resta con il fiato sospeso.

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