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La crisi politica in Nicaragua prosegue senza sosta e continua a generare scontri e violenze. La polizia ha disperso l’ennesima dimostrazione di protesta degli oppositori del presidente Daniel Ortega. I manifestanti intendevano commemorare la morte del giovane Matt Romero – ucciso dalle forze di sicurezza lo scorso anno – e ribadivano la richiesta di elezioni anticipate e di scarcerazione dei 120 prigionieri politici arrestati dal governo. Tre persone sono rimaste ferite e i dimostranti hanno dovuto abbandonare le strade.

Le proteste sconvolgono il Nicaragua dall’aprile del 2018, quando una riforma del sistema pensionistico proposta da Ortega aveva suscitato le ire della popolazione. Dopo cinque giorni di scontri e almeno 30 morti il capo dello Stato aveva ritirato il disegno di legge, ma le dimostrazioni non si sono mai interrotte ed hanno iniziato ad avere come obiettivo quello di rimuovere il presidente.

Fino a questo momento, i manifestanti avevano sempre tenuto un comportamento pacifico. Ma nuovi e preoccupanti segnali sembrerebbero indicare che le cose potrebbero cambiare. Questa domenica la semisconosciuta Alleanza Patriottica per il Nicaragua ha rivendicato una serie di esplosioni che hanno colpito alcune infrastrutture, senza però causare gravi danni. Si teme che il livello dello scontro possa alzarsi rapidamente sfociando in confronti e repressioni sempre più sanguinose. Centinaia di persone hanno già perso la vita o sono arrestate sin dall’aprile dello scorso anno mentre decine di migliaia hanno dovuto lasciare il Nicaragua, un tragico bilancio in costante crescita.

Parallelismi con la crisi venezuelana

Gli eventi di Managua sembrano ricordare quanto è accaduto e sta accadendo a Caracas. In entrambi i Paesi una parte della popolazione è scesa in piazza per chiedere elezioni anticipate mentre l’esecutivo si rifiuta di ascoltare queste richieste e ciò provoca una contrapposizione sempre più forte tra dimostranti e forze di sicurezza. I morti, i feriti, gli arresti e l’emigrazione di massa sono le logiche conseguenze  di quanto sta accadendo ed oltre al costo umanitario c’è da registrare quello economico.

Gli osservatori prevedono, per il Nicaragua, una contrazione del 5 per cento del Prodotto Interno Lordo nel 2019 e dello 0.9 per cento nel 2020 dopo una lunga fase di crescita, tra il 2013 ed il 2017, con percentuali sempre superiori al 4.5  per cento del Pil. La paralisi politica e problemi nel settore agricolo, la punta di diamante di Managua, influiscono pesantemente sulle prospettive del Paese. Il Venezuela, invece, sembra ormai essere senza speranze ed il suo sistema economico viene paragonato a un feudalesimo moderno. Il Prodotto Interno Lordo continua a crollare precipitosamente (-14%), l’inflazione galoppa e il tessuto sociale del Paese sembra destinato a frantumarsi.

Managua e Caracas condividono l’ideologia politica dell’esecutivo, in entrambi i casi una forma di socialismo con tinte di anti-americanismo. Inoltre, il Nicaragua è membro tanto dell’Alba quanto del Petrocaribe, le due alleanze politico-economiche capeggiate dal Venezuela. Daniel Ortega, ex guerrigliero sandinista, aveva guidato il regime marxista instaurato a Managua tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’90. Il Nicaragua, come Caracas, è uno dei principali partner di Mosca in America Latina ed ha supportato le posizioni russe tanto nella crisi di Crimea, quanto nella questione del Donbass e caucasica.  La cooperazione con il Cremlino non si limita al settore militare ma si estende anche ad ambiti non militari, come quello dell’informazione. Il Nicaragua e Caracas hanno, infine, un ottimo rapporto con Cuba ed un nemico in comune: Donald Trump.

Il ruolo degli Stati Uniti e le prospettive

Washington vede come fumo negli occhi la presenza di regimi vicini al socialismo e anti-americani nella regione. L’America Latina, infatti, è quel cortile di casa che deve essere mantenuto al sicuro da pericoli e minacce. Gli Stati Uniti non sono però riusciti, sinora, ad imprimere una svolta efficace alle vicende venezuelane, dove l’appoggio a Juan Guaido si è rivelato sostanziale solo dal punto di vista diplomatico. Il rischio è che lo stesso scenario possa ripetersi anche in Nicaragua, comunque una nazione meno rilevante dal punto di vista strategico e meno minacciosa nei confronti di Washington. I diversi governi anti-americani della regione, da Cuba al Venezuela, dal Nicaragua alla Bolivia e al Suriname, formano un blocco compatto e di difficile rimozione anche perché attori esterni, come Mosca e Pechino, hanno tutto l’interesse a rendere la vita difficile a Washington in America Latina.

Escludendo l’opzione di un intervento militare diretto, che in Venezuela rischia di rivelarsi molto oneroso dal punto di vista della perdita di vite umane e che per una questione di immagine non è praticabile nemmeno in Nicaragua, Washington si trova così con le mani legate. Può appoggiare i movimenti di opposizione, supportarli finanziariamente e diplomaticamente ma i governi socialisti della regione possono contare sull’appoggio di peso di superpotenze mondiali come Russia e Cina. La crisi in Nicaragua potrebbe presto raggiungere i livelli di violenza e di scontri di quella venezuelana ed a quel punto potrebbe essere troppo tardi per tornare indietro. Una prospettiva scoraggiante che rischia di causare ulteriore instabilità nel continente americano e di provocare un vero e proprio bagno di sangue.