L’elezione del sindaco di New York non è solo un voto amministrativo, ma è uno spartiacque politico che in questo caso può raccontare molto delle nuove tendenze che si stanno evolvendo oltre Atlantico. Oggi gli elettori della Grande Mela sono chiamati a votare per il sindaco e il consiglio comunale in un voto che vede un canovaccio chiaro: il favorito, il 34enne candidato democratico Zoran Mamdani, contro tutti.
La corsa a decidere chi sarà il primo degli 8 milioni di abitanti della città più popolosa degli Usa (oltre 20 con l’area metropolitana) quest’anno sarà, al contempo, un test sul modello gestionale delle metropoli del pianeta, un referendum interno al Partito Democratico americano sulle tendenze che dovrà seguire a un anno e un giorno dalla rovinosa sconfitta di Kamala Harris contro Donald Trump, un test sulla percezione del presidente in carica nella sua città di origine e di fronte a precise categorie dell’elettorato.
L’ascesa di Mamdani
Mamdani, che ha scalato i dem da giovane consigliere statale 34enne vincendo a sorpresa le primarie contro l’ex governatore Andrew Cuomo, tenta il colpo gobbo: provare a vincere per governare una metropoli di rango globale, se non “la Metropoli” per antonomasia, da sinistra, mettendo al centro la politica dal basso (grassroot politics), la lotta al costo della vita, il calmiere degli affitti.
Per anni tutte le maggiori città del pianeta hanno trainato l’economia dei servizi, la crescita finanziaria e, con esse, crescenti livelli di disuguaglianza. Il Partito Democratico americano ha voluto governare in maniera progressista la globalizzazione, spesso ibridandosi coi potentati espressione di questi trend. Mamdani ha cambiato tutto: “Nelle primarie di giugno, Mamdani non si è limitato a battere le probabilità: ha fatto saltare la porta dai cardini, rimodellando l’elettorato e sfruttando il voto preferenziale per ottenere una schiacciante vittoria di 12,8 punti, che ha avuto ripercussioni sulla politica del Paese”, nota il New York Times.
Mamdani, sull’onda lunga della pressione dei Democratic Socialist of America sul partito e dell’influenza di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ha vinto le primarie puntando su temi innovativi. Tra questi, la condanna senza appello del genocidio israeliano a Gaza.
Cuomo da Clinton a Trump
La scelta di Cuomo di sfidarlo da indipendente, sostenuto dal sindaco dem uscente Eric Adams che ha deciso di non candidarsi per la rielezione, ha cambiato le carte in tavola, rendendo la partita una battaglia per l’anima di New York e mettendo in secondo piano il conservatore duro e puro Curtis Silwa, candidato repubblicano.
L’obiettivo di Cuomo è unire un fronte comune dei “no Mamdani” e la sua coalizione va da Bill Clinton, che lo ha appoggiato nelle primarie, a Donald Trump, che in un’intervista a 60 Minutes ha detto di non avere dubbi: tra un “cattivo democratico”, come ha definito Cuomo, e un “comunista”, sceglierebbe il “cattivo democratico”, indicando la sua preferenza di fatto. Il figlio di Trump, Eric, ha endorsato ufficialmente Cuomo così come Bill Ackman, Ceo di Pershing Square Capital Management[ e grande donatore di The Donald, e l’ex sindaco Michael Bloomberg. Non è previsto ballottaggio, vale il voto uninominale maggioritario: sarò showdown totale alle urne. Non ci si può nascondere e fare pretattica. Alle urne i newyorkesi decideranno per il loro futuro e per quello di un pezzo di America. Capendo dove si incamminerà l’opposizione a un anno dalla disfatta presidenziale.
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