Israele si compatta attorno a Benjamin Netanyahu e al suo Governo nella scelta di respingere dal Paese l’Unrwa, l’agenzia Onu per la Palestina. La Knesset, l’assemblea parlamentare con sede a Gerusalemme, ha votato a schiacciante maggioranza due mozioni con cui le autorità di Tel Aviv imporranno l’uscita dal Paese dell’organo che assiste rifugiati e famiglie indigenti nella Striscia di Gaza e della Cisgiordania, distribuendo aiuti umanitari a oltre 5,5 milioni di persone.
92-10 e 87-9: la maggioranza con cui sono passate, rispettivamente, una mozione sul divieto all’Unrwa di operare sul suolo israeliano e sulla limitazione all’azione dell’agenzia tra Gaza e la Cisgiordania, impedendo alle autorità dello Stato Ebraico di coordinarsi con essa, hanno unito maggioranza e opposizione. A firmarle, infatti, un gruppo bipartisan di onorevoli, facenti parte del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, e di Yisrael Beiteinu (Israele Casa Nostra), formazione di destra conservatrice che non partecipa all’esecutivo nazionalista. Hanno votato a favore tutti, da Potere Ebraico del “falco” Itamar Ben Gvir all’opposizione istituzionale guidata da Benny Gantz, di stampo centrista.
Per giustificare la decisione, i parlamentari hanno stigmatizzato l’Unrwa per presunti legami tra molti suoi dipendenti e Hamas, e addirittura per la partecipazione agli attentati in Israele del 7 ottobre 2023: “I lavoratori dell’Unrwa coinvolti in attività terroristiche contro Israele devono essere ritenuti responsabili”, ha affermato Netanyahu esprimendo soddisfazione per il passaggio della legge. Ancora più duro il commento di Gantz, che è sempre stato considerato più distante dalla retorica ultranazionalista e confessionale della coalizione attualmente al potere: per l’ex capo di Stato Maggiore e presidente della Knesset l’Unrwa “ha scelto di diventare una componente inseparabile del meccanismo di Hamas, e ora è il momento di staccarcene completamente”.
Nonostante la mossa abbia destato critiche in diversi Paesi, con leader come il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente del governo spagnolo Pedro Sanchez che hanno stigmatizzato Israele per la decisione, e il fatto che anche gli Usa si siano detti assai preoccupati per le conseguenze della mossa, Israele ha tirato dritto. E lo ha fatto con una compattezza che ha escluso solo la sinistra e i partiti arabi rappresentati al Parlamento. Segno del fatto che è ormai sempre più difficile distinguere le “volontà di Netanyahu” da quelle di Israele su determinate questioni riguardanti la Palestina.
Sono lontani i tempi di maggio, mese in cui Gantz e la coalizione Unità Nazionale lanciavano “ultimatum” politici a Netanyahu sulla ricerca di una soluzione futura post-guerra a Gaza; vengono ignorati da estremisti e moderati della causa nazionalista israeliana i reiterati appelli internazionali e la montagna di prove che smontano il teorema della correlazione tra l’Unrwa e gli attentati di Hamas; si rafforza un trend di distacco graduale tra Tel Aviv e le organizzazioni internazionali, di recente manifestato dalla dichiarazione di persona non grata al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Su questi fronti, Netanyahu, che a valle dei massacri del 7 ottobre 2023 era politicamente moribondo, ha vinto su ogni fronte in un anno di conflitto.
I partiti che hanno votato la mozione delle due destre sapevano benissimo cosa implicherà, tra novanta giorni, lo stop all’Unrwa. Il Times of Israel ha del resto sottolineato i fatti che aspettano l’organizzazione: “Senza il coordinamento con Israele, sarà quasi impossibile per l’Unrwa lavorare a Gaza o in Cisgiordania, poiché Gerusalemme non rilascerebbe più permessi di ingresso in quei territori né consentirebbe il coordinamento con l’Israel Defense Force. Israele attualmente controlla anche l’accesso a Gaza dall’Egitto, con le forze israeliane schierate lungo il confine tra i due”. La mossa viola il diritto internazionale, perché solo l’Assemblea Generale dell’Onu può revocare il mandato dell’Unrwa, ma compatta il fronte interno israeliano sulla linea della “tolleranza zero” verso la Palestina e la compressione delle sue prospettive politiche e sociali. Un fronte su cui, nonostante spesso in Occidente ci si ostini a pensare il contrario, Israele è compatta.