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L’arrivo degli S-300, ma soprattutto dei nuovi sistemi di guerra elettronica inviati dalla Russia in Siria sta mettendo in agitazione Israele. E adesso Benjamin Netanyahu, insieme ai vertici delle Israel Defense Forces (Idf), teme che la sua aviazione possa perdere la superiorità aerea nella regione.

La sfida lanciata da Vladimir Putin non è di secondaria importanza per le strategia dello Stato ebraico. E l’ombrello elettronico che potrebbe coprire l’intero territorio siriano e le acque di fronte alla Siria mette in dubbio la libertà di manovra di Israele, che fino a questo momento era stata sostanzialmente garantita dalla stessa Russia.

Il fatto è che il Cremlino ha innalzato il livello dello scontro nella guerra in Siria portandolo su un piano di electronic warfare che è difficile da gestire per i suoi avversari. E su questo frangente Israele si trova spiazzata non tanto perché tecnologicamente arretrata, ma perché è complicato riuscire a contrastare questo sistema in un’area estremamente vasta come tutto il territorio siriano.

Un conto è realizzare alcune operazioni chirurgiche nell’ambito della guerra elettronica: altro è invece riuscire a prevalere su un sistema di jamming che può coprire un’area che va dal Mediterraneo ai deserti siriani

Come scritto su questa testata, Israele può anche pensare a un duello con la Russia: ma i rischi per le Idf sono molto alti. Ed è per questo che Netanyahu ha fatto quello che molti osservatori e analisti avevano già preventivato, e cioè chiedere aiuto direttamente agli Stati Uniti. Cosa che è avvenuta in queste ore durante il bilaterale fra il primo ministro israeliano e Donald Trump a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

E il premier israeliano ha ottenuto quello che voleva: come dichiarato da lui stesso ai giornalisti dopo il vertice con il presidente Usa. Parlando delle garanzie sulle libertà di manovra in Siria, Nentanyahu è stato molto netto: “Ho ricevuto quello che ho chiesto. Sono venuto con punti specifici e li ho presi”. Non ha specificato in cosa consistessero queste sue richieste, ma è evidente che il Pentagono appoggerà le Idf in Siria per cercare di scardinare lo scudo elettronico imposto dalla Russia a tutela del Paese.

Come scrivono i media israeliani, Nentanyhau ha confermato che, in ogni caso,  il meccanismo di de-confliction tra Israele e Russia continuerà. E questo nonostante la crisi diplomatica e militare nata dopo l’attacco di Latakia della scorsa settimana e l’abbattimento dell’Il-20 per errore della contraerea di Damasco (errore che i russi considerano esclusivo frutto delle manovre dell’aviazione israeliana).

Ma se continuerà questo filo diretto fra i due comandi, è anche vero che Israele ha da subito confermato che non cambierà politica riguardo i raid in Siria. Lo ha detto il ministro della Difesa Avigdor Lieberman nei giorni successivi al bombardamento. Ma lo ha confermato anche Netanyahu dopo l’incontro con Trump, ricordando che Israele continuerà ad agire “ogni qualvolta sia necessario per prevenire il radicamento militare dell’Iran in Siria e gli sforzi per trasferire armi a Hezbollah in Libano”.

E per ottenere questo risultato, Netanyahu non può che chiedere aiuto agli Stati Uniti, certo della lealtà della Casa Bianca di fronte alle richieste di Tel Aviv. Come dimostrato d’altronde in questi anni di amministrazione repubblicana. 

Del resto gli Stati Uniti non hanno interesse ad innalzare lo scontro con la Russia in Siria. Ma è anche vero che al Pentagono non sottovalutano l’incremento delle capacità militari russe in Medio Oriente. Da un punto di vista strategico, Washington è fortemente interessata a capire fin dove si spingerà l’ombrello elettronico russo. E sostenere Israele nell’infrangerlo aiuterà i militari Usa per due motivi.

Il primo, per capire e colpire i sistemi russi. Il secondo, perché in caso di perforamento dei sistemi Ew (Electronic warfare, ndr) l’industria bellica americana potrà mostrare di essere migliore di quella di Mosca. In una competizione per il mercato delle armi che, non va dimenticato, è ancora oggi un pilastro per capire i conflitti in corso.

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