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Politica

Israele: si scinde il partito di Gantz, Netanyahu si rafforza

Netanyahu si rafforza. Di ieri la notizia che il partito Nuova Speranza di cui è leader Gideon Sa’ar si è scisso dal partito Unità nazionale (al quale si era unito in precedenza) per appoggiare in via autonoma il governo Natanyahu....

Netanyahu si rafforza. Di ieri la notizia che il partito Nuova Speranza di cui è leader Gideon Sa’ar si è scisso dal partito Unità nazionale (al quale si era unito in precedenza) per appoggiare in via autonoma il governo Natanyahu.

La mossa a sorpresa rende Benny Gantz, leader di Unità nazionale, ininfluente ai fini della tenuta del governo, che anzi, grazie all’apporto di Sa’ar, ha i numeri per resistere anche a un’eventuale defezione di Otzma Yehudit, il partito ultraortodosso guidato dall’estremista Ben-Gvir.

Non si tratta solo di dar conto di un cambiamento significativo nella politica israeliana, ma di qualcosa che cambia il quadro globale.

Infatti, l’amministrazione Biden aveva puntato tutto su Benny Gantz (che, dall’opposizione, si era unito al governo dopo il 7 ottobre) sia per calmierare la furia scatenata di Netanyahu a Gaza, in Cisgiordania e sul fronte Nord (leggi possibile invasione del Libano, frenata dagli Usa), sia, negli ultimi tempi, come eventuale sostituto di Netanyahu.

Quest’ultima eventualità è diventata palese quando, la scorsa settimana, l’amministrazione Biden ha invitato Gantz in America, con tappa successiva in Inghilterra.

Negli stessi giorni usciva il rapporto annuale redatto da Cia ed Fbi sulle minacce globali a cui dovranno far fronte gli States, con un capitolo significativo dedicato al conflitto tra Israele e Hamas.

Il rapporto spiegava che è impossibile eliminare Hamas, confermando, di fatto, quanto affermato in questi mesi da Gadi Eisenkot, altra figura di rilievo di Unità nazionale, che per conto del suo partito ha più volte affermato le ragioni del realismo.

Infatti, non potendo eliminare del tutto Hamas, spiegava Eisenkot, occorre che Israele si concentri su un altro obiettivo altrettanto importante, liberare gli ostaggi, anche a costo di accedere alle richieste di Hamas di porre fine alla guerra.

Non solo, nel rapporto statunitense si prefigurava una possibile caduta del governo Netanyahu e l’instaurazione di un governo “moderato”. Ovvio che, in tale quadro, era centrale la figura di Gantz, molto popolare in Israele sia per il suo curriculum nell’esercito, dove ha ricoperto la carica di Capo di Stato Maggiore, sia perché, essendo al tempo all’opposizione, è del tutto estraneo al tragico deficit della Sicurezza israeliana del 7 ottobre, quando Hamas ha violato le frontiere come non esistessero.

La manovra aggirante dell’amministrazione Usa per favorire, nei modi e nelle forme da trovare, l’ascesa di Gantz al potere è stata incenerita dall’iniziativa di Sa’ar (sull’attendibilità del retroscena esposto si veda il titolo di un articolo del Jerusalem Post di oggi: “Gli Stati Uniti stanno cercando di rovesciare il governo di Netanyahu, dice un alto funzionario israeliano”).

Non solo, Sa’ar, come spiega il Jerusalem Post da tempo sostiene la necessità di un ampliamento del conflitto: musica per le orecchie di Netanyahu, che ha messo a segno un’altra delle sue imprevedibili imprese politiche (non per nulla, in Israele lo definiscono “mago“).

A questo punto, la Casa Bianca, che ha dimostrato pubblicamente la sua insoddisfazione nei riguardi di Netanyahu per la mattanza di Gaza e le iniziative più che commendevoli dei coloni in Cisgiordania, deve rivedere tutti i suoi piani.

La moral suasion non ha alcun effetto su Netanyahu, né è più possibile giocare la carta Gantz. A questo punto se Biden vuol essere conseguente all’insofferenza dimostrata verso l’insostenibile numero di vittime civili dovrà agire su altri piani.

Ha ancora frecce nel suo arco: può favorire, invece che contrastare a suon di veti, la pressione internazionale per un cessate il fuoco, può bloccare il flusso di armi Usa verso Israele, può farsi promotore di un regime sanzionatorio e tanto altro.

Dubitare che faccia qualcosa di tanto drastico è legittimo, sperare che receda dalla tragica ambiguità che in questi mesi ha favorito la mattanza anche.

Dal canto suo, Netanyahu è ora più forte che mai. La campagna su Rafah, l’ultima ridotta di Gaza, che ha annunciato da tempo sembra ormai destino manifesto. Ma l’eccessiva sicurezza potrebbe portarlo anche oltre. L’attacco al Libano, ad esempio, che è minacciato da tempo da tanti politici e dai vertici dell’esercito. Senza considerare che la prospettiva di attaccare l’Iran è da sempre una sua ossessione. E se il conflitto si amplia, con i missili di Hezbollah che devastano le città israeliane o, peggio, con Israele ingaggiato contro l’Iran, è davvero difficile pensare che l’America non si muova.

Così, un piccolo mutamento del quadro politico israeliano porta con sé gravi incognite per la pace globale.

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