L’espansionismo israeliano procede a ritmi sostenuti su tutti i fronti. Anzitutto la Cisgiordania, dove prosegue il feroce assedio al villaggio di Qusra, mentre il villaggio cristiano di Taybeh è stato dichiarato zona militare chiusa, decisione che sarebbe stata adottata per proteggerlo dalle incursioni dei coloni.
Inutile specificare che i coloni godono della protezione dell’IDF e vengono usati per seminare caos perché l’esercito successivamente riporti l’ordine (l’ordine israeliano, ovviamente). Un meccanismo ben rodato che ha dato slancio all’annessione della Cisgiordania.
Peraltro, affermare che l’IDF non può far nulla contro i coloni è contraddetto in maniera stridente da quanto accadde nel giugno del 2025 quando questi molestarono l’IDF: nel giro di pochi giorni i responsabili vennero arrestati e le forze di sicurezza demolirono cinque avamposti illegali…
L’indistinzione tra le violenze dei coloni e le operazioni dall’IDF è descritta bene in un articolo di Haaretz a firma Gideon Levy, nel quale il cronista sottoscrive la denuncia dell’inviato americano Mike Huckabee che ha definito “terrorismo israeliano” quanto si sta consumando a Qusra.
Una formula che, a differenza dell’usuale “terrorismo ebraico” col quale si identifica la violenza dei coloni, inchioda il governo israeliano alle proprie responsabilità e, secondo Levy, non permette ai cittadini israeliani di eludere le condanne internazionali per quanto accade ai palestinesi.
Tanto che Levy conclude così: “Il mondo, giustamente, non crede più alle nostre distinzioni tra un Israele vero (e bello) un Israele brutto, che ci vengono propinate da ogni schermo. Dobbiamo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss [la feroce pasionaria dei coloni ndr.], Ben-Gvir e Smotrich”.
In realtà, a Huckabee, che gareggia con i leader israeliani più estremi nel propugnare la Grande Israele, non è mai importato nulla dei palestinesi, così c’è da chiedersi perché l’imprevista intemerata. Possibile che sia dovuta al fatto che in una delle case assediate abiti un cittadino americano, ma è più probabile che l’ordine di irrigidire la posizione su Israele sia venuta dall’alto per mettere Netanyahu sotto pressione.
Infatti, tale denuncia arriva nel momento in cui più forte si sta facendo sentire la pressione americana perché Netanyahu ceda su Gaza accettando il cosiddetto piano di pace di Trump, che ha rigettato nonostante Hamas l’abbia accolto promettendo di consegnare le armi al governo tecnocratico palestinese – creatura del cosiddetto Board of peace trumpiano – in parallelo al ritiro dell’IDF dalla Striscia.
In questi giorni la pressione è aumentata, al punto che Trump ha inviato Jared Kushner in Medio oriente per incontrarsi con i mediatori di Gaza, summit che ha visto l’inusuale presenza della leadership di Hamas. Mentre scriviamo Kushner sta incontrando Netanyahu per tentare di sbloccare la situazione…
Trump vuole un successo in vista delle elezioni di midterm, da vedere se la spunterà. Netanyahu potrebbe far finta di cedere – far finta, sottolineiamo – e, allo stesso tempo, intensificare l’annessione della Cisgiordania, verso la quale si è aggiunto un nuovo tassello con la proposta di inviare la polizia – cioè una forza civile -, e non solo l’IDF, a vigilare/imperversare sui palestinesi.
Peraltro, il fatto che a gestire la polizia sia il ministro per la Sicurezza Itamar Ben-Gvir non tranquillizza. Di recente un’altra delle sue perle: “A Gaza dovremmo uccidere 30 o 40 nemici di Israele a notte”. D’altronde, si identifica come kahanista, movimento inserito nella lista Usa del terrorismo fino al 2022, quando Biden, altra tragica decisione, lo sdoganò.
Resta, quindi, che le elezioni israeliane del prossimo ottobre rappresentano una pietra d’inciampo per tutte le iniziative di pace e/o di de-escalation che si stanno intrecciando in questi giorni. E alimentano l’aggressività di Tel Aviv, perché Netanyahu vuole arrivarci conservando tale slancio.
Ciò spiega perché stia vanificando anche le iniziative distensive sul Libano, come da denuncia di Haaretz, e anzi abbia ordinato di aumentare le operazioni militari. Così gli intensi bombardamenti di ieri, 11 le vittime, secondo Ziad Abu Rish (professore associato di Studi sul Medio Oriente al Bard College di New York), sarebbero solo un preludio a una più aspra escalation.
Inoltre, l’IDF ha intensificato anche i raid sulla Siria meridionale. Una pressione che serve anche a erodere le mire della Turchia su Damasco, che hanno preso slancio dopo la recente rappacificazione tra il governo di Ankara e i curdi del Pkk, approvata dal Parlamento su ispirazione del presidente Recep Erdogan.
Una riconciliazione che ha accelerato quella tra Damasco e le forze curde siriane, da tempo perseguita e ora in dirittura d’arrivo. Un successo politico che Erdogan vorrebbe suggellare con una visita in Siria, già programmata e rimandata dopo l’attacco all’Iran.
Già, l’Iran, l’altro convitato di pietra dell’aggressività israeliana: su questo fronte, tutto resta in stallo, con minacce che s’intersecano tra Washington e Teheran e che non lasciano spazio al rilancio dei negoziati. Uno stallo dovuto anche al lavorìo di Netanyahu e della lobby Usa pro-Israele, anche qui in chiave anti de-escalation.
Da capire se prima delle elezioni israeliane Bibi vorrà e riuscirà a trascinare l’America in una nuova guerra aperta contro Teheran o se, più prudentemente, lavorerà per far perdurare di questo minaccioso stallo, evitando di andare alle urne sotto una pioggia di missili iraniani.
Al netto di fausti imprevisti, appare dunque difficile che la regione registri sviluppi reali di pace prima del voto di Tel Aviv. Ma la colpa della militarizzazione delle urne, con tutte le tragiche conseguenze del caso, non è solo di Netanyahu (che, se cede, perderebbe consensi a destra).
È anche delle forze di opposizione israeliane, le quali, piuttosto che accogliere con sollievo eventuali de-escalation regionali, sono pronte a brandirle contro il premier per inchiodarlo al fallimento. Un circolo vizioso che non lascia sperare nulla di buono a breve.