Guai a indagare sul possibile processo di scoperta di crimini di guerra israeliani nella guerra di Gaza e guai a toccare la figura di Benjamin Netanyahu. Si può riassumere così la lettera inviata il 24 aprile scorso da dodici senatori del Partito Repubblicano americano a Karim Khan, procuratore capo dell’autorità penale internazionale per eccellenza che sta cercando di capire cosa fare delle accuse promosse principalmente dal Sudafrica circa il rischio di politiche genocidiarie nella Striscia di Gaza in risposta agli attentati di Hamas del 7 ottobre scorso.
Khan è stato intimidito con la minaccia di “sanzioni” se provvederà a chiedere il mandato d’arresto internazionale per Netanyahu e i leader israeliani coinvolti nella guerra, come il Ministro della Difesa Yoav Gallant. Tutte le manovre di Israele dal 7 ottobre sono definite dai senatori “azioni legittime di autodifesa contro gli aggressori sostenuti dall’Iran”. Si fa notare a Khan che “”emettere mandati di arresto per i leader di Israele non solo sarebbe ingiustificato, ma metterebbe in luce l’ipocrisia e i doppi standard della vostra organizzazione. Il vostro ufficio non ha emesso mandati di arresto per il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, o per qualsiasi altro funzionario iraniano, il presidente siriano Bashar al Assad. o qualsiasi altro funzionario siriano, o il leader di Hamas Ismail Haniyeh”. Si rivendica che né gli Usa né Israele sono membri dell’organizzazione, dunque sono fuori della sua giurisdizione. Strano doppiopesismo, pensando che anche la Russia non ne è parte ma i repubblicani hanno in larga parte sostenuto il mandato d’arresto per Vladimir Putin lo scorso anno.
A firmare la lettera alcuni dei più alti papaveri dell’ala conservatrice e “vecchio stampo” del Partito Repubblicano. Quella, per intenderci, che spinge per il contenimento multiplo degli avversari dell’America, che ha contrastato duramente la Russia e la Cina (nella lettera si accusa il tribunale di non aver mai messo sotto indagine Xi Jinping) e sulla guerra a Gaza non accetta mediazioni: si sta con Israele senza sé e senza ma. Possibilmente puntando a colpire l’Iran. L’ex leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell, oggi alla testa della minoranza del Grand Old Party a Capitol Hill, è l’uomo-chiave della missiva. A cui si aggiungono in calce le firme di due ex candidati presidenziali di peso: Ted Cruz del Texas e Marco Rubio della Florida. E ben nove senatori di prima fascia: Tom Cotton dell’Arkansas; Marsha Blackburn del Tennessee; Katie Boyd Britt dell’Alabama; Ted Budd della Carolina del Nord; Kevin Cramer del Nord Dakota; Bill Hagerty del Tennessee; Pete Ricketts del Nebraska; Rick Scott della Florida; Tim Scott della Carolina del Sud.
Il portale Jurist ricorda che l’attenzione dei repubblicani è rivolta soprattutto ad evitare che il tribunale indichi come moralmente paragonabili i crimini di Hamas del 7 ottobre e le azioni compiute durante la risposta israeliana. E si mostra nella missiva tutto l’unilateralismo di cui spesso gli Stati Uniti sono stati portavoce: ai funzionari del Tribunale è paventata l’ipotesi di essere sanzionati e non fatti entrare negli Usa assieme alle loro famiglie; si minaccia una serie di misure individuali e il rifiuto di qualsiasi verdetto anti-israeliano. Inoltre, si chiede alla Corte di non indagare su alcun cittadino israeliano-americano per non far attivare l’l’American Service-Members’ Protection Act (Aspa), introdotto nel 2002 da George W. Bush per evitare che Washington fosse messa sotto accusa da qualsiasi tribunale internazionale per la condotta dei conflitti in Iraq e Afghanistan, che permette al presidente ampi poteri per intervenire contro il Tribunale Penale Internazionale qualora decidesse di perseguire cittadini Usa. Mosse promosse su iniziativa del consigliere di Bush, Alberto Gonzales, che mentre si preparava la guerra in Iraq temeva che il comandante in capo potesse finire sotto processo per violazione della Convenzione di Ginevra. Oggi proiettabili sul sostegno a Israele.
Si tratta di una mossa ulteriore rispetto alle prese di posizione di Joe Biden: “L’amministrazione Biden ha dichiarato di non sostenere un’indagine del Tpi sui crimini di guerra contro Israele, ma non ha commentato se perseguirà sanzioni contro la corte nel caso in cui Netanyahu o altri venissero arrestati”, ricorda The Hill. I dodici senatori repubblicani più filo-israeliani sono, va detto, al contempo critici di una posizione di Biden su Israele ritenuta debole perché ambivalente verso Tel Aviv quanto feroci rivali politici di Donald Trump, al quale non perdonano il caos elettorale post-2020. Sarà interessante capire come si posizionerà The Donald, fino ad ora ambivalente su Gaza e la guerra, di cui chiede una fine rapida ammonendo l’amico Netanyahu della possibilità di perdere la guerra d’immagine con le azioni radicali sul terreno. I dodici senatori, in un certo senso, sfidano il ceppo dominante del Partito Repubblicano, legato a The Donald a essere intransigente su Israele e sull’unilateralismo à la “America First”. Basterà? Presto per dirlo. Certo è che per la lobby filo-israeliana più importante d’America, la conservatrice Aipac, questa mossa rappresenterà a pochi mesi dalle elezioni una spinta a confermare la scelta di campo filo-repubblicana. L’Aipac ha, di recente, sospeso i finanziamenti a quei conservatori che hanno votato contro i 14 miliardi di dollari di aiuti americani a Israele al Congresso. Sarà difficile, invece, negarli a chi dei dodici scenderà in campo per la riconferma a novembre (Cruz, Ricketts e Rick Scott) e ai comitati elettorali degli altri solidi amici di Tel Aviv. Tutto questo, lo ricordiamo, in un contesto in cui la stessa comunità ebraica americana è divisa sulla guerra a Gaza. Ma l’Aipac sembra voler ascoltare soltanto la parte più filo-conservatrice e pro-Netanyahu. Come tipico di ampie frange di un Partito Repubblicano che con Bibi e i suoi hanno un’amicizia solida. Più forte anche del diritto internazionale.