Netanyahu negli Usa. Biden e Harris, ricordategli quante volte ha violato il diritto internazionale, please

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Benjamin Netanyahu è arrivato a Washington per la visita che si concluderà con il discorso al Congresso Usa di domani sulla scia di una nuova, dura mozione contro Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia (Icj) che ha denunciato come illegale l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

La decisione del 19 luglio impone a Israele di ritirarsi dagli insediamenti e, ovviamente, è stata respinta al mittente da Tel Aviv. Risulta interessante sottolineare come Netanyahu arrivi a Washington da leader che ha un record sempre più consolidato, dall’inizio della guerra a Gaza, di rifiuti delle sentenze e del diritto internazionale, da mesi visto come pregiudizialmente contrario a Israele.

Nella guerra a Gaza esplosa dopo i brutali attentati di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023 Israele ha iniziato dopo le prime settimane di feroci bombardamenti sulla Striscia ignorando due risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la ES-10/21 del 27 ottobre e la ES-10/22 del 7 dicembre, che chiedevano un cessate il fuoco a Israele e il rilascio degli ostaggi israeliani in mano ad Hamas. E se l’Assemblea Generale dell’Onu può esser ritenuta non vincolante, ben più cogente è il fatto che due volte, il 25 marzo e il 10 giugno, un appello al cessate il fuoco sia arrivato anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tutto questo con il timido sostegno anche degli Usa, i più ferrei alleati di Netanyahu nel campo del diritto internazionale.

E non finisce qui. Israele ha anche protestato contro quegli Stati che, ai sensi del diritto internazionale, riconoscevano lo Stato di Palestina entro i confini del 1967, ovvero rispettando la posizione internazionale di organizzazioni quali l’Unione Europea. Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia si sono attirate addosso le ire di Netanyahu per aver proceduto a una legittima formalizzazione dei loro rapporti con Ramallah.

La narrazione di Israele in questi casi è stata chiara: “Un regalo ad Hamas”. Espressione-passepartout con cui il governo Netanyahu ha stigmatizzato anche altri provvedimenti presi da organizzazioni internazionali. Due esempi per tutti: il 20 maggio Israele ha respinto la giurisdizione del Tribunale Penale Internazionale (Tpi), di cui non è membro, che incriminava contemporaneamente Netanyahu e Yahya Sinwar, capo di Hamas, per sospetti crimini di guerra. Si noti che neanche gli Usa sono membri del Tpi e per questo l’amministrazione Biden ha sostenuto le critiche di Israele. Al contempo, dodici senatori repubblicani hanno intimidito Karim Khan, procuratore capo del Tpi, minacciando sanzioni personali nei suoi confronti.

Quattro giorni dopo, il 24 maggio, la Corte di Giustizia Internazionale, afferente all’Onu, ha imposto a Israele di fermare l’offensiva su Rafah, prescrizione rimasta purtroppo, come sappiamo, lettera morta. E la Icj dovrà esporsi in futuro anche nel giudizio finale sul processo aperto all’Icj dal Sudafrica contro Israele per il rischio genocidio a Gaza. Solo parzialmente applicata, per la pressione internazionale, è stata la sentenza del 28 marzo con cui la Icj ha imposto a Israele di non bloccare il flusso di cibo e aiuti sanitari dal valico di Rafah.

Insomma, il consolidato di questi mesi parla di un governo Netanyahu intento a bypassare deliberatamente i confini del diritto internazionale. Il tutto con sommo imbarazzo degli Usa, che si trovano di fronte a un palese doppio standard: può quello stesso diritto che è invocato (giustamente!) quando a violarlo è Vladimir Putin prestarsi a sofismo e interpretazioni con Netanyahu? La sindrome di Stoccolma della superpotenza a stelle e strisce si riassume in questo dilemma. Politicamente e diplomaticamente sempre più spinoso per l’immagine dell’Occidente intero nel mondo.