Le elezioni presidenziali Usa saranno fortemente attenzionate da Israele e il primo ministro Benjamin Netanyahu le osserverà con un profondo dilemma: sperare nella vittoria di Donald Trump, memore della precedente amministrazione di The Donald che è stata tra le più filo-israeliane della storia Usa, o puntare su Kamala Harris e scontare una recrudescenza degli scontri retorici in cambio, però, di una continuità del sostegno americano a Tel Aviv da dare per garantita?
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La base politica di Netanyahu non ha dubbi: il 93% degli elettori dei partiti della sua coalizione di estrema destra voterebbe Trump. Difficile biasimarli: Trump tra il 2017 e il 2021, da presidente, ha apertamente favorito Tel Aviv. Il 45esimo presidente Usa ha stracciato gli accordi sul nucleare iraniano, ritirato gli Usa dall’Unesco in polemica contro l’ammissione della Palestina, riconosciuto la sovranità di Tel Aviv sulle Alture del Golan, mediato gli Accordi di Abramo per creare un fronte arabo-israeliano contro Teheran e, soprattutto, spostato a Gerusalemme l’ambasciata americana.
La destra israeliana è stata inoltre ringalluzzita dall’apertura di Trump a un raid esteso contro l’Iran dopo gli attacchi di Teheran su Israele dell’1 ottobre. Il Jerusalem Post, quotidiano conservatore, ha sperato in una mano libera di Trump a Tel Aviv scrivendo che in caso di vittoria questi “potrebbe utilmente aiutare a porre fine alle attuali guerre di Israele con le schiaccianti vittorie che devono essere, dicendo chiaramente che Israele deve colpire in modo brutale i suoi nemici”. Ma non è detto che Bibi sia dello stesso avviso.
Il Times of Israel ha pubblicato di recente un retroscena che rivelerebbe una riduzione del pregiudizio filo-israeliano di Trump e secondo cui Trump avrebbe detto a Netanyahu che “se vincerà, vuole che la guerra di Israele sia conclusa entro il momento in cui entrerà alla Casa Bianca, il 20 gennaio”. Una mossa che sarebbe stata anticipata dalla svolta comunicativa di The Donald, sempre più attento a corteggiare elettoralmente comunità come quella araba e musulmana negli Usa. “Voglio vedere il Medio Oriente tornare alla vera pace, una pace duratura, e lo faremo come si deve, in modo che non si ripeta ogni 5 o 10 anni!” ha affermato Trump in un tweet di recente.
Su questo fronte, Netanyahu teme che per Trump l’impegno militare degli Usa a sostegno di Israele in Medio Oriente possa costituire un onere senza veri ritorni diretti, o addirittura una fonte di destabilizzazione. Politicamente, il consiglio a Israele potrebbe essere quello di incassare i risultati ottenuti e non proseguire oltre, per inaugurare con un gol a porta vuota una sua possibile seconda presidenza. Nel team del capo di Governo c’è anche allarme per la possibile influenza del candidato vicepresidente J.D. Vance, ostile a qualsiasi avventura militare, ivi compresa una guerra con l’Iran.
Di contro, ha scritto il Times of Israel, ad oggi l’opzione democratica apparirebbe sicuramente meno imprevedibile: “Netanyahu ha visto che, indipendentemente da quanto critica sia stata la retorica proveniente dalla Casa Bianca, gli Stati Uniti non hanno smesso di sostenere lo sforzo bellico di Israele, con grande disappunto dei manifestanti filo-palestinesi che Harris ha tenuto a distanza durante la campagna”.
Insomma, nonostante l’affinità politica e i concreti risultati mostrati da Trump come leader filo-israeliano di ferro, non c’è certezza nel campo del Likud e dei partiti alleati circa l’equivalenza tra un Trump 2.0 e una presidenza pro-Tel Aviv. Israele si avvia al voto Usa con un dilemma strategico in più. Per la cui risoluzione dovrà aspettare non solo l’esito delle elezioni ma anche una sicurezza definitiva sui team di politica estera del candidato che risulterà vincitore.

