La visita-lampo di Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti si è conclusa con l’incontro con Donald Trump alla Casa Bianca e con un passaggio interlocutorio sull’Iran: i negoziati tra gli Usa e Teheran continuano, mirati allo scenario nucleare, e ad oggi la pressione di Israele per chiedere di estendere l’azione diplomatica allo smantellamento della rete missilistica e di alleati regionali della Repubblica Islamica non è andata in porto.
Divergenze sull’Iran tra Usa e Israele
Washington ha scalato marcia rispetto alle sue stesse domande iniziali, e Tel Aviv finora non ha scongiurato il suo peggior scenario strategico, ovvero l’ipotesi che effettivamente ci sia un accordo tra Usa e Iran che non imponga la capitolazione di quest’ultimo. Insomma, per ora, la linea è orientata alla ricerca di un accordo, anche se gli Usa non mollano la pressione militare su Teheran e si parla dell’arrivo di un secondo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico. E le conseguenze si vedono. Sia Netanyahu che il capo dell’opposizione israeliana, l’ex primo ministro Yair Lapid, hanno comunicato che non parteciperanno in presenza al summit dell’American Israel Political Action Committee (Aipac) previsto a Washington per il 22 febbraio.
La pressione sugli Usa
Una svolta notevole: l’Aipac è il più importante gruppo di pressione filo-israeliano della politica Usa e, pur agendo da lobby formalmente bipartisan, negli ultimi anni ha schierato la sua potenza di fuoco al servizio del Partito Repubblicano, appoggiando Trump nel voto del 2024. Netanyahu salterà sia le riunioni del Board of Peace per Gaza che la conferenza Aipac, a cui parlerà da remoto, cancellando il viaggio previsto inizialmente dal 18 al 22 febbraio e sostituito dalla puntata improvvisata dei giorni scorsi. Anche Lapid parlerà da remoto.
Per Netanyahu, l’anticipo della visita può essere anche una giustificazione per bypassare la riunione inaugurale di un Board la cui nascita ha fatto storcere il naso a Israele perché, nota il Times of Israel, “l’iniziativa statunitense lo espone a critiche per l’internazionalizzazione del conflitto tra Israele e i palestinesi e per la concessione di un punto d’appoggio a paesi rivali come Turchia e Qatar a Gaza”. Ma il collante con Lapid è il caso Iran: l’opposizione guidata dall’ex premier e da Naftali Bennett, infatti, contesta Netanyahu per l’atteggiamento sulla Repubblica Islamica da una posizione ulteriormente interventista, chiedendo nuove azioni incisive dopo la guerra dei dodici giorni di giugno 2025, e il 2 febbraio i due leader che si sono passati il testimone della guida del Paese a fine 2022 lo hanno ribadito.
Netanyahu e Lapid compatti sull’Iran
“Tutto lo Stato di Israele è unito di fronte all’Iran”, ha affermato il capo dei centristi nazionalisti di Yesh Atid dopo l’incontro col premier e leader del Likud sull’Iran il 2 febbraio scorso, avvenuto a Gerusalemme. “Non ci sono disaccordi tra noi sull’importanza di affrontare questa minaccia. È importante che Teheran sappia che lo Stato di Israele è unito contro il terrore del regime”, ha aggiunto. Un manifesto politico che si può leggere anche sulla scorta del comune distacco dalla partecipazione in presenza al vertice Aipac.
Un messaggio mandato non tanto ai titolari del vertice stesso, quanto all’amministrazione Trump e al Partito Repubblicano, in un anno critico per la questione delle elezioni di metà mandato dove l’Aipac potrebbe giocare un ruolo decisivo. Lo scenario palesa un’irritazione tra vertici di Tel Aviv e Washington in un contesto in cui le trattative Usa-Iran continuano. E Teheran cerca un varco per infilarsi e spuntare un accordo favorevole.

