La visita di Netanyahu negli Stati Uniti ha diversi scopi. Anzitutto rinverdire la posizione internazionale del premier israeliano. Infatti, il viaggio negli States, che segue l’incontro a Gerusalemme con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e la successiva visita in Ungheria, mette evidenza l’impunità del premier israeliano rispetto al mandato di arresto emesso dal Tribunale penale internazionale. In questo modo, cioè, Netanyahu fa vedere che è libero di incontrare i leader di altri Paesi e muoversi nel mondo.
Dimostrazione di forza a uso interno
Il secondo scopo della visita è puntellare la propria posizione interna. Infatti, questa vacilla sotto i colpi dello scandalo Qatargate, che ha visto due suoi stretti collaboratori finire agli arresti per presunte mazzette, ma soprattutto per il braccio di ferro ingaggiato con le opposizioni, che contestano sia la prosecuzione sine die della guerra sia la sua decisione di liquidare il capo dello Shin Bet e di mettere sotto controllo la Corte Suprema (mosse che, sommate ad altre pregresse, stanno erodendo la sempre più la fragile democrazia israeliana).

Si susseguono, infatti, le proteste e le manifestazioni di piazza, che si catalizzano attorno alle famiglie degli ostaggi. Commovente, sul punto, l’appello di Yarden Bibas a Trump, lanciato attraverso la Cbs, perché “fermi questa guerra e ci aiuti a riportare a casa gli ostaggi”. Yarden è l’unico della sua famiglia, moglie e due figli, tornato vivo dal rapimento del 7 ottobre e, alla sua liberazione, aveva già espresso il suo dissenso verso l’operato del premier con un monito perché mantenesse il silenzio sulla sorte dei suoi familiari, ponendo fine alla strumentalizzazione della tragedia da parte dello stesso (Haaretz).

Netanyahu, insomma, risponde ai suoi critici volando negli Usa, dimostrando cioè di godere del pieno sostegno dello zio Sam. Una dimostrazione di forza che reputa necessaria anche a scacciare lo spettro di una guerra civile, possibilità evocata da tanti e da lui esclusa con certa sicumera (Timesofisrael).
Ma di certo, nei colloqui di Washington si parlerà anche di Gaza. Netanyahu vuole un successo lampante e, sfuggendo l’obiettivo di eliminare Hamas – che alla vigilia della sua partenza per gli Usa ha lanciato alcuni missili contro Israele per dimostrare che è ancora attivo – deve trovare il modo di liberare tutti o almeno parte significativa degli ostaggi senza compromettere il suo obiettivo finale, il ritorno della Striscia sotto il controllo israeliano. Per questo ha portato con sé Ron Dermer, a capo dei negoziati con Hamas, e parlerà con Steve Witkoff, che Trump ha scelto come mediatore per conto degli Usa (Timesofisrael).

Obiettivo Iran
Ma c’è una motivazione ancora più forte sottesa alla visita: convincere Trump ad attaccare l’Iran. I venti di guerra spirano sempre più forti in tale direzione, nonostante il fatto che la lettera di Trump all’ayatollah Khemenei, nella quale chiedeva un negoziato, e le aperture degli iraniani in tal senso abbiano aperto la via.
Nonostante il positivo approccio iraniano, gli Stati Uniti stanno accumulando forze in Medio oriente, in particolare con l’invio di altri F-35 e del gruppo di attacco navale guidato dalla portaerei nucleare Carl Vinson, che si affianca a quello della Harry S. Truman, già in loco. Ma soprattutto con i bombardieri strategici B-2, inviati nella base Diego Garcia, che nelle menti dei falchi anti-iraniani dovrebbero prendere di mira i siti nucleari dell’Iran, per lo più nascosti in bunker sotterranei.
Riportiamo quanto scrive Denis Kucinich sul sito del Ron Paul Institute: “Ogni B-2 può trasportare sedici bombe termonucleari gravitazionali B83 da 2.400 libbre, note anche come bombe nucleari bunker buster, che esplodono nelle profondità della terra. Ogni bomba B83 ha la capacità esplosiva di 80 Hiroshima, il che significa che ogni bombardiere B-2 è in grado di sprigionare la potenza distruttiva di 1280 Hiroshima”.

Il bombardamento dei siti nucleari iraniani sprigionerebbero nuvole radioattive, che andrebbero a sommarsi a quelle prodotte dalle bombe Usa, causando “la morte di innumerevoli civili per avvelenamento da radiazioni e a causa delle gravi ustioni. Malformazioni congenite perseguiteranno le generazioni a venire […]. Effetti simili a quelli di Chernobyl costringeranno le persone a lasciare le proprie case per non farvi più ritorno”.
Le nubi radioattive non sono stanziali, infatti interesserebbero anche “Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita orientale, Afghanistan e Pakistan […]. In pratica, a motivo della vicinanza all’Iran e a seconda della direzione del vento, si verificherebbero alti livelli di malattie prodotte dalle radiazioni, alcune fatali, e un forte aumento di patologie cancerogene e malformazioni genetiche. Le radiazioni contaminerebbero e rovinerebbero le scorte alimentari, i terreni agricoli, gli allevamenti e le risorse idriche a centinaia e persino migliaia di miglia dall’Iran”.
“Le regioni orientali della Turchia, l’India nordoccidentale, il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Kazakistan sarebbero esposte a una contaminazione moderata. E potrebbero essere colpiti anche Giordania, Siria, Libano, Israele, Palestina e il Sinai egiziano”…
Il 7 ottobre e l’Iran: rivelazioni sospette
Tale lo scenario peggiore, ovviamente, che però non è affatto aleatorio, dal momento che, anche un attacco di minore portata innescherebbe la risposta di Teheran, che è in grado di colpire Israele e gli obiettivi americani nella regione, da cui la contro-replica in modalità escalation, la cui gestione è sempre problematica.
Ecco, Netanyahu si è recato in America anzitutto per spingere Trump a compiere questo tragico passo, dal momento che il redde rationem con l’Iran per lui è ossessione ultradecennale (vedi un lancio Reuters del 2012…).
Lo denota chiaramente la denuncia del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che proprio alla vigilia della partenza del premier per gli Usa ha rivelato l’esistenza di alcuni documenti che proverebbero il collegamento tra l’Iran e i capi di Hamas di Gaza, Yahya Sinwar e Mohammed Deif, ai quali sarebbero stati promessi milioni da Teheran se fossero riusciti a “distruggere Israele” (Jerusalem Post).

Finora tale legame era stato negato anche da Israele (The Guardian), nonostante i tanti tentativi di coinvolgere Teheran nell’attacco. Le rivelazioni di Katz, secondo il quale tali prove sarebbero state trovate nei tunnel di Gaza, particolare che, oltre alla tempistica, rende ancora più aleatoria la denuncia, saranno di certo usate per convincere Trump a rompere gli indugi.
Né va dimenticato che la guerra aperta Israele-Hezbollah, successiva alla lunga fase di attrito tra i due antagonisti regionali, fu dichiarata proprio nel corso della visita di Netanyahu a Washington del luglio 2024. Questi viaggi portano quantomeno sfortuna.
Ps. A conferma della nostra nota, l’articolo di Yedioth ahronoth dal titolo: “La vera missione di Netanyahu a Washington: le minacce dell’Iran e gli ostaggi a Gaza, afferma l’ex capo del Mossad”. Sottotitolo: “Il generale di brigata Amnon Sofrin afferma che la visita di Netanyahu riguarda molto più che i dazi”.


