Netanyahu alla sbarra punta sulla sicurezza nazionale per dilazionare il processo

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Quattro anni dopo, il momento della verità per Benjamin Netanyahu è arrivato: il primo ministro israeliano è chiamato oggi a testimoniare nel processo per corruzione in cui è coinvolto dal 2020 e che ha stravolto la vita politica dello Stato Ebraico prima dei drammatici fatti del 7 ottobre 2023 e l’attacco terroristico di Hamas.

Bibi alla sbarra

Per la prima volta da quando è stato indagato, insomma, Netanyahu dovrà presentare la sua versione dopo che l’azione penale della magistratura israeliana e della procura di Gerusalemme è ripresa a seguito della sospensione per lo stato di guerra a Gaza e in Libano che aveva sospeso l’iter del procedimento.

Il 13 novembre la richiesta del primo ministro di ottenere un rinvio alla testimonianza al processo che lo vede imputato su tre filoni: un accordo con Amos Mozes, titolare del quotidiano Yedioth Ahronoth, per ottenere una copertura favorevole in cambio della promulgazione di leggi per favorire la nascita di un quotidiano rivale; l’appropriazione indebita di 210mila dollari di doni da Amon Michan, un produttore cinematografico israeliano residente a Hollywood, e dal magnate australiano James Packer; l’incasso di 500mila dollari di tangenti da parte della società di tlc Bezeq Telecom Israel.

L’inchiesta che ha cambiato Israele

Accuse pesanti a cui Netanyahu dovrà replicare dopo che nel processo sono stati ascoltati oltre 300 testimoni. Per lo Stato Ebraico è un giorno clou perché sostanzialmente senza le accuse a Netanyahu è probabile che Israele sarebbe stato diverso.

Non ci sarebbe stato il raccogliticcio tentativo di formare una maggioranza alternativa dopo dodici anni consecutivi di governo di Netanyahu e della destra del Likud nel 2021, che pure nel 2022 portò il premier Naftali Bennett a un passo dal mediare la fine della guerra in Ucraina; non ci sarebbe stata la saldatura tra il Likud e le due destre estreme, quella nazionalista identitaria e quella religiosa; nel 2022, dopo le nuove elezioni anticipate, non sarebbe emerso il patto di ferro che trasformò questa saldatura in accordo di governo sdoganando le pulsioni più dure dell’etno-nazionalismo e del sionismo religioso incarnate da figure come Itamar ben Gvir in cambio del via libera alla riforma giudiziaria, contestatissima, di Netanyahu.

E forse con un governo più normale e meno attento a porre il fanatismo ideologico davanti ai principi della sicurezza nazionale, non ci sarebbe stato nemmeno il 7 ottobre. Che giudiziariamente è stata la salvezza di Netanyahu, intento da allora a presentarsi come il comandante in capo all’attacco di Hamas, Hezbollah, Iran e altri nemici di Israele mentre una magistratura nemica cerca di mettergli i bastoni tra le ruote. Tutto questo ha polarizzato, ancora di più, il Paese attorno a un solo uomo, aprendo la strada a una messa in discussione del ruolo delle istituzioni israeliane come garanti dello Stato di diritto.

Quello stesso Stato di diritto è stato messo a repentaglio dalla riforma della giustizia di Netanyahu, che prima del 7 ottobre ha infiammato il Paese. E ora torna il grande dibattito sul futuro identitario e politico dello Stato Ebraico: può un leader considerarsi al di sopra della legge per il fatto di essere coinvolto nella guida di un conflitto? E non rischia questo fatto, forse, di alimentare un clima da “guerra infinita” per il fine di dilazionare l’avanzamento del processo? Il New York Times ha suggerito infatti che la testimonianza di Netanyahu non si esaurirà oggi, ma si spalmerà in più interventi su più settimane. Questo per un motivo: dare l’immagine di un premier chiamato a difendersi dai processi mentre difende la sicurezza del Paese.

A tal proposito, la caduta di Bashar al-Assad in Siria, a cui Israele ha reagito intensificando i raid sul Paese limitrofo e occupando la zona cuscinetto sul Golan, è stata un assist a Bibi. “Lunedì mattina i membri del gabinetto di Netanyahu avevano chiesto invano alla Corte distrettuale di Gerusalemme di ritardare la testimonianza di Netanyahu a causa degli sviluppi in Siria, con il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che più tardi quel giorno si è spinto fino a sostenere che i giudici stavano danneggiando la sicurezza nazionale respingendo la richiesta”, nota il Times of Israel.

Il conflitto d’interesse di Netanyahu

Il circolo vizioso è dietro l’angolo: il processo, avanzando, può rafforzare lo Stato di diritto israeliano ricordando che nessuno è sopra la legge e che anche il primo ministro può e deve certificare la sua innocenza in aula. Ma un Netanyahu sotto processo è un Netanyahu messo all’angolo, che sa che dietro l’eventuale fine della guerra, alibi per dilazionare le testimonianze, c’è una pressione giudiziaria più serrata, l’eventuale fine del governo e lo spettro del carcere: rischia infatti, complessivamente, fino a 10 anni.

Questo non aiuta a risolvere il conflitto d’interessi che vincola i destini personali di Netanyahu a quelli della sua coalizione e della conflittualità che sta consumando la regione. Il rischio che per fare giustizia si spinga avanti il caos è tutt’altro che remoto. E questa forse è la vittoria politica più chiara di Netanyahu, che ha reso per Israele sostanzialmente impossibile parlare del suo futuro senza parlare di quello del primo ministro. Con tutte le problematiche conseguenze del caso.