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Politica

Netanhyhu rinuncia ad attaccare Rafah: non ha gli ostaggi, non ha sradicato Hamas e non sa che fare della Striscia

Il ritiro delle truppe israeliane dal Sud della Striscia di Gaza è difficile da interpretare. Certo è che Netanyahu non ha ottenuto alcuno dei suoi obiettivi.

E così, Benjamin “Bibi” Netanyahu ha rinunciato all’operazione contro Rafah, la città nel Sud della Striscia dove, secondo i portavoce del Governo israeliano, ancora si rifugiano quattro brigate di combattenti di Hamas e, ciò che maggiormente conta, almeno un milione di palestinesi fuggiti dal Nord della Striscia. Tsahal lascerà un presidio militare, si presume ben munito, ma non attaccherà via terra, con il rischio (anzi, la certezza) di provocare altre migliaia di morti tra i civili. È una buona notizia, di cui però non è facile decrittare il vero significato. Ci sono però alcune ipotesi di cui si può discutere, con diversi gradi di approssimazione alla verità.

Prima ipotesi: Netanyahu ha ceduto alle pressioni incrociate degli Stati Uniti e dell’Egitto. Nell’anno elettorale Joe Biden non poteva permettere, di fronte all’elettorato democratico (dove hanno un peso sempre crescente le minoranze, compresa quella di origini mediorientali), un’ulteriore strage di palestinesi (siamo già oltre i 32 mila morti, in larga parte donne e bambini) Così, ricevendo prima l’ex premier Benny Gantz e poi il ministro della Difesa Yoav Gallant, la Casa Bianca ha segnalato di voler continuare a proteggere Israele ma non con i metodi di Netanyahu. Non a caso, poi, Gantz, ministro del Gabinetto di guerra israeliano e dominatore di tutti i sondaggi di gradimento, aveva poi dato un ultimatum al rallentatore a Netanyahu, chiedendo elezioni anticipate per settembre. Come per dirgli: ti evitiamo l’umiliazione di una cacciata politica, però tu finisci il lavoro sporco e vattene. Contro un eventuale attacco a Rafah protestava anche l’Egitto, che nel 1979 ha firmato un trattato di pace con Israele. Per il Cairo, già alle prese con una pericolosa crisi economica e con storici problemi di radicalismo islamista, un massacro di palestinesi alle porte o, ancor peggio dal punto di vista del Governo egiziano, una massiccia fuga di palestinesi verso l’Egitto è prospettiva da far tremare le vene ai polsi.

Seconda ipotesi: Netanyahu e il suo Governo di estremisti non hanno mai avuto una reale intenzione di attaccare Rafah. Dicono gli esperti di questioni militari che Tsahal non ha nemmeno cominciato i preparativi per un’operazione che impegnerebbe al massimo i reparti combattenti ma anche la logistica. La reiterata minaccia dell’attacco, nelle intenzioni di Netanyahu, avrebbe dovuto servire da leva per ottenere il rilascio degli ostaggi e ammorbidire le critiche degli Usa. Nè l’una né l’altra è avvenuta, fatto che avrebbe spinto Netanyahu a rinunciare al suo bluff.

Terza ipotesi: Netanyahu, prigioniero di una politica muscolare priva di visione politica, non sa più che fare, e quindi si ritira. Nel Nord della Striscia ha seminato morte e distruzione, e un recente rapporto di Integrate Food Security Phase Classification segnala che in tutta la Striscia un terzo della popolazione è ai bordi della fame, quota che nel Nord sale al 55%. Il tutto per ritagliare una zona buffer al confine con Israele che occupa il 16% del territorio totale della Striscia e intanto dover continuare a respingere, anche nelle zone occupate, la guerriglia dei miliziani di Hamas. Un eventuale attacco a Rafah non farebbe che replicare, in peggio, questa situazione. Senza che poi Netanhyahu abbia mostrato una minima idea concreta per il dopo. Israele vuole sradicare Hamas, non vuole che a Gaza subentri l’Autorità palestinese non può/vuole prendersi in carico la gestione della Striscia e della sua popolazione una volta finita la guerra e nello stesso tempo lavora per eliminare la presenza dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per l’aiuto ai palestinesi. Resta la proposta di trasferire tutti i palestinesi della Striscia nel Sinai egiziano, l’ultimo delirio degli estremisti di Gerusalemme. Mentre cresce la protesta interna a Israele, con manifestazioni sempre più massicce e convinte per chiedere la fine di questo Governo. La rinuncia all’opzione militare contro Rafah servirebbe a Netanyahu per allentare la pressione, dentro e fuori il Paese, e guadagnare tempo. Magari, chissà, fino alla rielezione di Donald Trump.

C’è poi una quarta ipotesi, legata al recente bombardamento del consolato iraniano a Damasco e alla prospettiva, da molti data per certa, di una ritorsione da parte di Teheran. Dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre corso, Netanyahu ha accettato la sfida su molti fronti: Libano, Siria, Iran, Gaza. E nello stesso tempo non ha fatto nulla per soddisfare gli inviti alla cautela che arrivavano dagli Usa. Ora, però, l’asticella si è alzata, le ambasciate di Israele chiudono in tutto il mondo per timore di attentati e la collaborazione degli Usa, anche a livello di intelligence globale, può essere molto utile. Da qui il ritiro dal Sud della Striscia, che Biden potrà far passare per una propria “vittoria”, placando così parte dell’elettorato democratico, soprattutto dei giovani che, se decidessero di astenersi, potrebbero regalare la vittoria a Trump.

Fulvio Scaglione

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