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Lo scorso 15 ottobre Fu Cong, direttore generale del dipartimento controllo armamenti del Ministero degli Esteri cinese, è stato intervistato dal Kommersant, un quotidiano russo, in merito all’atteggiamento della Cina nei confronti delle problematiche del disarmo nucleare e della stabilità globale.

L’intervista arriva, non a caso, in un momento storico in cui Stati Uniti e Russia stanno tenendo i colloqui per decidere se salvare o meno il trattato Start sugli armamenti atomici (o New Start), che vedrà la sua scadenza il prossimo febbraio. La Cina, infatti, è stata direttamente chiamata in causa da Washington, che vorrebbe includerla in un nuovo accordo, e impone quest’eventualità come condizione vincolante per la prosecuzione del trattato.

La posizione cinese, espressa dal direttore Fu Cong, in merito a questa possibilità è stata fin troppo chiara: Pechino, come ha ribadito più volte nel corso di questi mesi, vista l’enorme disparità tra l’arsenale nucleare cinese e quello di Stati Uniti e Federazione Russa, semplicemente non crede che possa esistere una base giusta ed equa affinché la Cina si unisca agli altri due Paesi in un negoziato sul controllo degli armamenti nucleari. Non esiste quindi spazio di dialogo da questo punto di vista, tanto che viene ribadito che solo nel caso in cui gli Stati Uniti si impegneranno a ridurre il loro arsenale nucleare a un livello paragonabile a quello cinese, sarà possibile aderire alla trattativa. Un’eventualità praticamente definita molto improbabile da Fu Cong quando afferma che è qualcosa che si prevede non possa attuarsi nel prossimo futuro, “forse non nella mia vita” per citarne le parole esatte.

Il direttore precisa che nonostante questa ferma posizione, la Cina resta coinvolta nei processi di disarmo e controllo degli armamenti: ad esempio ha citato il Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt), il trattato sul divieto totale di test nucleari a cui Pechino ha partecipato affinché si arrivasse a conclusione, nonché la convenzione sulle armi biologiche e chimiche (la Cwc). In realtà la Cina non ha ratificato il Ctbt, e Fu Cong accusa gli Stati Uniti e la loro Nuclear Posture Review (Npr) per questa decisione, in particolare per la possibilità di riprendere i test atomici espressa nella Npr. Di rimando però, la Cina sembra che stia fattualmente preparandosi per riprendere i test: l’intelligence statunitense ha raccolto da tempo prove secondo cui Pechino non starebbe rispettando il trattato che proibisce i test nucleari avendo notato attività sospetta nel poligono di Lop Nur.

Fu Cong cita anche l’impegno cinese nel contesto delle Nazioni Unite e della conferenza sul disarmo di Ginevra oltre che affermare che la sicurezza per il mondo da parte cinese è data dalla dottrina di impiego del suo arsenale nucleare che prevede il non primo utilizzo e la garanzia che non sarà utilizzato verso quei Paesi che non dispongono di armamenti di questo tipo. Un tentativo un po’ labile ad onore del vero, considerando che la Cina sta alacremente lavorando per potenziare la consistenza numerica e l’efficacia del suo arsenale (precisione e capacità di penetrazione delle difesa antimissile comprese), cosa che quindi potrebbe facilmente ribaltare questa dottrina rendendo così possibile prendere in considerazione la capacità di primo colpo (in gergo first strike).

Il direttore del dipartimento sul controllo armamenti accusa anche esplicitamente gli Stati Uniti di stare destabilizzando la sicurezza internazionale quando cita la questione del Jcpoa, il trattato sul nucleare iraniano, e quando afferma che Washington sta sfruttando il rifiuto cinese di non aderire alle trattative sul nuovo accordo Start per avere il pretesto di abbandonarlo e quindi, come è possibile dedurre, cominciare il riarmo nucleare.

Viene citato anche il meccanismo P5 (dei cinque Paesi facenti parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu) relativo alle questioni del controllo degli armamenti: i partecipanti hanno deciso di avere un dialogo continuo sulle rispettive dottrine nucleari e Pechino sta sostenendo la necessità di espandere l’ambito della discussione tra i P5 su altre tematiche, come ad esempio, la possibilità di includere questioni di difesa missilistica, uso dello spazio e anche riduzione dei rischi nucleari.

In realtà il meccanismo P5 dell’Onu, che ha avuto l’unico successo rappresentato dal Jcpoa ora traballante (per non dire già defunto), non è sufficiente per coprire un così vasto campo dove si incrociano trattative bilaterali che sono in vigore da decenni a cui la Cina non ha mai partecipato e soprattutto affrontare le tematiche date dai nuovi armamenti ipersonici o dell’utilizzo militare dello spazio. Del resto la posizione cinese è comunque attendista più che propositiva, e non è affatto biasimabile: la Russia, ad esempio, ha ventilato la possibilità di far partecipare Francia e Regno Unito ai negoziati sul controllo degli armamenti atomici per cercare di coinvolgere anche la Cina, ma Pechino resta in attesa che Parigi e Londra facciano la prima mossa.

C’è anche spazio per una disquisizione sulla consistenza dell’arsenale nucleare cinese: qui Fu Cong cita abilmente solo le fonti americane che a suo parere sarebbero discordanti, ma è interessante come colga l’occasione per toccare il tema della trasparenza degli arsenali. Il direttore risponde alle accuse di mancanza di trasparenza della Cina riguardanti le dimensioni e il numero di testate nucleari affermando che, quando si parla di trasparenza nucleare, fondamentalmente ci sono due aspetti: uno è la trasparenza nelle dottrine, l’altro quella dei numeri.

Per quanto riguarda il primo punto sostiene che proprio la politica di non primo utilizzo cinese garantisce il massimo grado di trasparenza in quanto l’unico scopo delle forze nucleari è “scoraggiare un attacco nucleare e contrattaccare”. Su questo punto ha ragione, ma lo stesso vale anche per Stati Uniti, Russia, India, Pakistan e perfino per la Corea del Nord, che non hanno mai nascosto le finalità del loro arsenale atomico aggiornandole di volta in volta alle contingenze della situazione strategica globale.

Quando si tratta dei numeri Fu Cong afferma, molto furbescamente, che per mantenere efficace la dottrina di non primo utilizzo la Cina deve per forza mantenere “un certo grado di ambiguità” sui numeri soprattutto in considerazione del fatto che gli Stati Uniti, che considerano la Cina il principale concorrente, stanno adottando politiche ostili verso Pechino mantenendo “un arsenale nucleare così enorme, che arriva fino a 6mila testate” con una dottrina nucleare “aggressiva”.

In particolare si riferisce alla possibilità di usare l’arsenale atomico in risposta ad attacchi informatici, eventualità contemplata anche dalla Russia peraltro, e al fatto che gli Stati Uniti stanno sviluppando e dispiegando sistemi di difesa missilistica ovunque nel mondo, fattore che mina l’efficacia della deterrenza nucleare cinese.

Risulta molto ipocrita l’accusa dell’uscita dal Trattato Inf, quando la Cina ha un arsenale di missili balistici a raggio medio e intermedio di tutto rispetto in grado di portare la minaccia in profondità nell’Oceano Pacifico. Queste quindi sarebbero le motivazioni ufficiali che spingono la Cina ad essere poco trasparente nei numeri dell’arsenale atomico, ma la verità è che Pechino sta dando notevole impulso allo sviluppo dei suoi vettori missilistici e delle testate. Del resto lo stesso Fu Cong, nel prosieguo dell’intervista, non nega che la Cina stia modernizzando le proprie forze nucleari, affermando però che è qualcosa che stanno facendo anche le altre potenze atomiche.

Pechino però lascia la porta aperta per ulteriori negoziati. Fu Cong afferma Cina e Stati Uniti, in quanto due grandi paesi, condividono molti interessi comuni sulle questioni di sicurezza, comprese le questioni relative al controllo degli armamenti. “Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti” afferma il direttore, e questo dialogo con Washington può riguardare questioni come la stabilità strategica, la riduzione del rischio nucleare e anche la difesa missilistica. Queste discussioni, però, devono essere basate sull’uguaglianza e sul rispetto reciproco, afferma, e non dovrebbero diventare occasioni di ricatto per una parte. Fu Cong in questo senso si dice sfiduciato dall’atteggiamento del delegato americano Billingslea.

Questa “apertura” della Cina si nota in particolare per quanto riguarda la difesa missilistica, che a quanto pare preoccupa molto Pechino: se infatti l’atteggiamento statunitense dovesse cambiare e includere nei negoziati gli altri Paesi dotati di armamenti atomici e aprirsi alla questione dei sistemi Abm (Anti Ballistic Missile), allora la Cina potrebbe decidere di entrare nelle trattative. Del resto i sistemi antimissile sono l’altra faccia della medaglia degli arsenali atomici quindi “se vogliamo davvero discutere di stabilità strategica, disarmo nucleare e anche riduzione dei rischi nucleari, non si può trascurare la questione della difesa missilistica”.

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