All’indomani del risultato del referendum, il leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), e presidente del governo Regionale Curdo (KRG), Massoud Barzani, ha proclamato la vittoria del “si” per l’indipendenza nella regione e nelle aree contese con il governo federale di Baghdad. In un discorso televisivo, il leader dei curdi iracheni ha invitato il governo e i paesi confinanti, in particolare Turchia e Iran, a rispettare la volontà di milioni di persone che hanno votato favorevolmente al referendum per l’indipendenza. Sotto il profilo internazionale, Barzani appare tuttavia isolato: né Iran e Turchia, né Stati Uniti ed Unione Europea si sono dichiariate favorevoli a una dichiarazione d’indipendenza del Kurdistan iracheno.
Come sottolinea l’ISPI, infatti, “la verità è che più che a ottenere risultati sul piano internazionale, Barzani da un lato cerca di rafforzare la posizione curda vis-à-vis Baghdad, dall’altro mira a sfruttare l’esito referendario sul piano interno. Infatti, da un punto di vista politico, economico e sociale, la situazione nel KRG è molto tesa e da tempo bloccata. Le rivalità del KDP, partito dominante, con gli altri due principali partiti curdi, l’Unione Patriottica Curda (PUK) ed il Gorran hanno causato una profonda faglia interna”. Sotto il profilo strategico, tuttavia, la partita fondamentale si gioca sulla risorsa e al tempo stesso “maledizione” del Medio Oriente: il petrolio.
L’oro nero del Kurdistan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è stato lapidario: “Vediamo attraverso quali canali il governo regionale iracheno settentrionale esporterà il suo petrolio, o dove lo venderà. Noi abbiamo il rubinetto. Nel momento in cui lo chiudiamo, è finita”. Erdoğan sa benissimo che Barzani non può forzare troppo la mano. Secondo Nawzad Adham, direttore generale del Ministero del commercio e dell’industria del Kurdistan iracheno, gli affari con la Turchia e l’Iran sono nell’ordine dei 10 miliardi di dollari all’anno.
Come afferma l’analista geopolitico Pepe Escobar su AsiaTimes, “il KRG deve importare almeno il 95% dei suoi prodotti agricoli dalla Turchia e dall’Iran. Inoltre il KRG dipende totalmente da Ankara per quanto concerne l’esportazione di 550.000 barili di petrolio al giorno. Secondo Baghdad tali scambi commerciali sono totalmente illegali. Il KRG controlla oltre il 40% del petrolio in Iraq e le sue riserve stimate sono circa 45 miliardi di barili di petrolio e 150 miliardi di metri cubi di gas”.
Le compagnie petrolifere occidentali operanti in Kurdistan
Shaikan è un giacimento petrolifero situato nel nord dell’Iraq, in cui la compagnia britannica Gulf Keystone Petroleum attualmente detiene il 75% di un accordo di produzione condivisa con il governo regionale curdo. Si tratta di uno dei più grandi giacimenti petroliferi scoperti negli ultimi 50 anni. E non è l’unica società occidentale ad aver fatto un importante investimento in quell’area: nel 2011, la compagnia petrolifera Exxon Mobil – di cui l’attuale Segretario di Stato USA Rex Tillerson era l’amministratore delegato – ha siglato un accordo con il KRG. E anche Total ha deciso di investire. Inoltre, Rosneft ha firmato un contratto multi-miliardario con il KRG per la costruzione di un nuovo gasdotto.
Ma Ankara può chiudere il rubinetto quando vuole
Benché il Kurdistan iracheno sia una regione ricca di risorse, l’indipendenza resta un sogno impossibile senza l’approvazione di Turchia e Iran, oltre che del governo centrale iracheno. “Il vero ago della bilancia è della Turchia e della BOTAŞ Petroleum Pipeline Corporation – spiega Pepe Escobar -. Erdogan ha ragione: gli basta un un dito per fermare completamente il flusso di petrolio nel porto mediterraneo di Ceyhan. La richiesta di Erdoğan nel post-referendum non è negoziabile: nessuna dichiarazione di indipendenza”.
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