Il conflitto tra palestinesi e israeliani continua anche di fronte all’Assamblea Generale. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas è intervenuto di fronte all’Assemblea illustrando i punti critici di un eventuale processo di pace.
Abbas attacca Israele davanti all’Onu
È il riconoscimento dei confini l’ostacolo che sembra insormontabile. Perché l’ANP riconosce ormai i confini israeliani tracciati dopo la guerra del’67. Tuttavia lo stesso Abbas sostiene che Israele abbia superato ampiamente quei confini e che anzi abbia rigettato quanto ratificato negli accordi di Oslo del 1993 e nella Road Map stilata nel successivo 2003. Le stesse accuse vengono rispedite al mittente da parte israeliana. A complicare il quadro ci si è messo poi il movimento politico palestinese di Hamas.
Quest’ultimo infatti ha assunto una posizione molto più estrema rispetto ai “colleghi” dell’ANP, fino ad arrivare a negare la legittimità dell’esistenza dello Stato israeliano. La presenza di Hamas accompagnata dai suoi attacchi hanno portato all’inasprimento della presenza militare israeliana oltre i confini stabiliti da Oslo con conseguente inizio della costruzione degli insediamenti. Ed è proprio su questo punto che presumibilmente si giocherà il futuro di palestinesi e israeliani.
Gli insediamenti israeliani sono arrivati a un punto di non ritorno
Secondo il Washington Post l’aumento massiccio degli insediamenti israeliani nei territori della West Bank avrebbe ormai tolto la già poca speranze nei palestinesi. Secondo un recente sondaggio organizzato dal Centro Palestinese di Ricerca e Sondaggi Politici Khalil Shikaki sono ormai solo poco più della metà, il 52%, dei palestinesi a considerare l’opzione dei Due Stati quella più giusta per le parti. Ben il 57% di questi ha detto, tuttavia, di non credere più nella possibilità concreta di tale soluzione. Tale mancanza di fiducia è da riporre oltre che negli insediamenti israeliani, ormai giunti ad un punto di “non ritorno”, anche nella persona di Mahmoud Abbas.
La critica che più spesso viene rivolta al leader dell’ANP è quella di accettare senza batter ciglio lo status quo. “Ciò di cui abbiamo bisogno è l’abilità di liberare il nostro potere decisionale dalle catene e metterci nella posizione di prendere dei rischi. Questo però non è dove vuole arrivare l’ANP oggi” ha dichiarato Khalil Shikaki, Presidente dell’omonimo centro. Ci sarebbe dunque una mancanza di credibilità di Abbas non solo di fronte alla propria popolazione, ma anche davanti agli attori internazionali.
Le promesse ancora non mantenute di Trump
A riprova di questo vi è il comportamento assunto da Trump nei confronti di Abbas. Ricevuto la scorsa primavera alla Casa Bianca il leader palestinese è stato rassicurato dal tycoon sulla volontà di risolvere una volta per tutte la questione con Israele. Una promessa che è già stata messa nel cassetto dall’amministrazione americana, intenzionata a risolvere prima problemi più pressanti. Anche in questo caso quindi Abbas non ha saputo far valere la propria posizione in politica estera.
Uno Stato per due popoli
Se la soluzione a due Stati sembra ormai davvero non percorribile, considerato anche che Netanyahu ha da poco detto di non poter “lasciare il controllo sulla West Bank”, non resta che la soluzione a uno Stato. Più precisamente uno Stato binazionale, dove israeliani e palestinesi possano godere degli stessi diritti. Contro questa soluzione, che potrebbe apparentemente accontentare tutti, si schierano gli estremisti di ambo le parti. Da una parte Hamas mai accetterebbe di vivere in uno Stato battente solo la bandiera israeliana. Dall’altra gli estremisti israeliani, conosciuti come sionisti, non gradirebbero la legittimazione della presenza palestinese dentro uno Stato che loro sognano di vedere ebraico al 100%. Ciò che appare sicuro è che, a dispetto di quanto detto da Trump, la soluzione tra i israeliani e palestinesi richiederà ancora molto tempo.