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Politica

Il nemico comune che unisce India e Stati Uniti

Il presente e il futuro del mondo sono inevitabilmente legati al confronto sempre più crescente fra Cina e Stati Uniti. La Cina ha deciso di dare profondità ai suoi rapporti commerciali con il mondo, e iniziare a fondere l’allargamento dei...

Il presente e il futuro del mondo sono inevitabilmente legati al confronto sempre più crescente fra Cina e Stati Uniti. La Cina ha deciso di dare profondità ai suoi rapporti commerciali con il mondo, e iniziare a fondere l’allargamento dei propri orizzonti economici ed infrastrutturali con un ampliamento dei propri partner politici e della propria  rete di alleanze. In questo contesto, è del tutto naturale che la Cina possa inserirsi come potenza influente soltanto laddove un’altra superpotenza ceda il suo predominio politico, militare ed economico. Difficilmente si può ritenere che si crei nel mondo un “vuoto” di superpotenze in qualche area. E se la Cina si espande, la superpotenza mondiale che arretra è sicuramente quella rappresentata dagli Stati Uniti, almeno in Asia centrale e in Estremo Oriente.

Il Mar Cinese meridionale è solo un esempio di questo concetto. Per decenni la flotta del Pacifico ha rappresentato la proiezione politica di Washington nei mari dell’Estremo Oriente, e adesso, con la scelta di Pechino di uscire dal suo (voluto) isolamento politico, questo mare assume un formidabile oggetto di frizione fra le rendite di posizione degli Usa nel Pacifico e l’ascesa di Pechino. Ma non c’è solo quell’area marittima, pur fondamentale, ad essere frizione tra di due Paesi: l’Asia centrale e l’oceano Indiano sono altri settori dove è fondamentale per Washington trovare alleati in grado di controbilanciare il dragone.





Uno di questi nuovi alleati, potrebbe (e sembra essere) l’India. Negli ultimi mesi, Washington e Nuova Delhi sembrano aver raggiunto ottimi rapporti di collaborazione, dettati dalla convergenza d’interessi sul contenimento di Pechino. Una luna di miele dichiarata anche durante l’incontro di Trump con Modi alla Casa Bianca, quando tra gli abbracci calorosi fra i due leader, il presidente Usa affermò che “le relazioni tra India e Stati Uniti non sono mai state così forti, mai così buone”. Frasi che non erano soltanto di semplice cortesia, ma anche un chiaro messaggio degli Stati Uniti all’Asia: nella scelta delle partnership asiatiche, l’India occupa un posto di primo piano. Un messaggio che Trump ha voluto ribadire anche durante la conferenza sulla nuova strategia per l’Afghanistan, in cui ha chiesto all’India di unirsi in modo ancora più forte agli sforzi americani nella lotta al terrorismo e confermato dalle esercitazioni navali congiunte della marina indiana con quella statunitense unita alla vendita di droni all’esercito di Nuova Delhi per il controllo dell’oceano.

Parlare di un’alleanza fra India e Stati Uniti appare incauto, e attualmente anche fuorviante. Il governo indiano e il governo statunitense non hanno interessi universalmente convergenti. Li unisce però un avversario comune: la Cina. E questo nemico comune si declina in varie traduzioni. In primis, c’è il problema Pakistan. L’India e il Pakistan sono da decenni in guerra per il Kashmir ed entrambe non sembrano intenzionate a cedere le armi. Islamabad per anni ha utilizzato l’estremismo islamico come strumento per colpire l’India, e i due eserciti sono spesso coinvolti in schermaglie con feriti e morti. La crescita dell’arsenale nucleare e balistico di entrambi gli Stati conferma i propositi bellici. A questa rivalità tra Islamabad e Nuova Delhi, si unisce il decadimento dei rapporti fra Stati Uniti e Pakistan. Trump ha accusato il governo di Islamabad di non fare molto per contrastare il terrorismo ma di ospitare sul proprio territorio talebani e cellule di Al Qaeda. Un attacco durissimo da parte di Trump che si spiega non soltanto nella logica di ridefinire i ruoli nel conflitto afghano, ma soprattutto come risposta al crescente legame del Pakistan con la Cina. Quello che per anni è stato il bastione Usa in Asia centrale, si è, infatti, gradualmente spostato verso Pechino, ospitando la base militare del colosso cinese nell’oceano Indiano. Il fatto che Modi abbia ottenuto da parte del Dipartimento di Stato americano l’inserimento di Syed Salahuddin, leader dell’Hizbul Mujahideen, nella lista dei “Terroristi a livello globale”, è un esempio di questi propositi dei due Stati contro le rivendicazioni pakistane.

Il Pakistan è fondamentale anche da un punto vista simbolico perché rappresenta geograficamente sia l’area in cui Usa e India cercano di contenere la Cina in Asia centrale, sia l’area marittima da cui intendono scardinare l’avanzata di Pechino, e cioè l’oceano Indiano. L’India teme di essere circondata dal progetto del “filo di perle” di Pechino rimanendo chiusa dalle basi militari e dai porti cinesi che si estendono dal Sud-est asiatico a Gibuti. Gli Stati Uniti non vogliono invece che la Cina sviluppi un complesso sistema di alleanze e di collaborazioni politico-militari che renda il fronte meridionale dell’Asia una sorta di cortile della geopolitica cinese. In questo, ancora una volta, India e Stati Uniti sono fortemente legati da un obiettivo comune contrario alla Cina.

A questi obiettivi comuni, di contenimento del ruolo cinese in Asia, vi sono però approcci estremamente diversi fra Stati Uniti e India che rendono di fatto oggi impossibile parlare di una vera e propria alleanza. Quello di cui si può parlare è più che altro una volontà dell’India di uscire dal pantano del subcontinente indiano sfruttando le dinamiche politiche internazionali. Che poi questo sia parallelo a un confronto Usa e Cina, non intacca il fatto che l’India continui a far parte attivamente del gruppo Brics, così come i rapporti ottimi instaurati da Nuova Delhi con Mosca. Né si può parlare di una guerra vera e propria con la Cina. L’India sembra in realtà interessata più che altro ad ottenere più vantaggi possibili da questa guerra fredda fra Pechino e Washington. Vantaggi che per ora sono convergenti con quelli di Donald Trump: ma l’Asia è un continente dove gli equilibri seguono tempi molto più lunghi di un’amministrazione americana.

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