Le prime due settimane di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti vengono raccontate dai media progressisti come se si stesse assistendo ad una vera e propria crisi governativa.

In realtà, la combinazione tra l’irruenza dei provvedimenti di Trump e l’ostruzione degli avversari politici, quell’establishment  contro cui la lotta del tycoon è iniziata con le promesse fatte in campagna elettorale, sta facendo sì che le acque negli States siano parecchio movimentate.

Quella “swamp”, la palude che Trump si è impegnato a prosciugare, d’altro canto, ha immediatamente riversato tutte le sue energie addosso alle prime decisioni prese dalla nuova amministrazione. Come segnalato da Politico, infatti, i gradi più alti dell’apparato burocratico, dei quadri ministeriali nominati da Obama e delle agenzie federali, dove in molti restano al loro posto nonostante lo spoil system, sono i principali protagonisti della tenace opposizione alle prime mosse di The Donald.

Sempre Politico riporta alla luce il caso di Richard Nixon, utile per arricchire il tema di un elemento decisivo: durante Watergate questi era perfettamente a conoscenza del fatto che la “gola profondà” , l’informatore dei giornalisti del Washington Post, Woodward e  Berstein, coloro che fecero scoppiare lo scandalo, fosse l’allora vicedirettore dell’Fbi Mark Felt.

Nixon, tuttavia, decise di non rimuoverlo poiché: “Sapeva tutto ciò che c’era da sapere nell’Fbi”. Le persone fisicamente più vicine alla stanza ovale, in fin dei conti, sarebbero le più pericolose in assoluto per la permanenza di Trump nel suo ruolo. Esattamente come accadde a Nixon.  Anche nell’odierno clima di tensione,  quindi, un ruolo importante lo  giocano le notizie che gli apparati sopracitati fanno filtrare alla stampa.

I grandi dirigenti delle più alte burocrazie, come anticipato, oltre ad essere i primi a venire a conoscenza dei contenuti degli ordini esecutivi, sono soliti rimanere sugli scranni d’appartenenza prescindendo dal Presidente scelto dai cittadini. Questo gli consente così, nel caso ne avessero l’intenzione, di intralciare le linee guide del governo senza troppe preoccupazioni, semplicemente bucando la rete di segretezza che dovrebbe avvolgere le decisioni prese nelle stanze dei bottoni.

Una combo ben riuscita tra stampa e tecnocrati avversi è potenzialmente letale. Episodi di questo genere, poi, comincerebbero a riscontrarsi. Il primo giorno di Trump alla Casa Bianca fu caratterizzato dalla telefonata che il Presidente fece al direttore dei Parchi Nazionali: le foto pubblicate dai giornali riguardanti il suo insediamento ritraevano una partecipazione ben minore rispetto quella reale. Lo scopo, manco a dirlo, era quello di far risultare il calore attorno ad Obama nel giorno d’inaugurazione della sua presidenza, ben maggiore rispetto quello riservato a Trump.

Micheal Reynolds, dunque, avrebbe dovuto creare delle immagini per far sì che le affermazioni di Trump su questa storia trovassero riscontri concreti. La notizia, ovviamente, trapelò. Discorso simile può essere fatto per la bozza d’ordine esecutivo che intendeva ripristinare modalità di interrogatorio considerate ai limiti della tortura. Progetto che finì quasi nell’immediato nelle mani degli organi di stampa.

Come ricorda l’Agi, Trump fu costretto ad intervenire mediante un’intervista sostenendo che la decisione, in realtà, sarebbe spettata al ministro della Difesa Mattis ed al direttore della Cia, Mike Pompeo. I due smentirono subito qualunque coinvolgimento nel disegno in questione.

Ci sono, inoltre, i mille diplomatici del dipartimento di Stato che presero posizione contro l’ordine esecutivo del 27 gennaio, quello comunemente denominato “Muslim Ban”. Questa contrarietà venne espressa per mezzo del “canale del dissenso”, una via di comunicazione non ufficiale, riporta sempre l’Agi.

Le figure dei giudici che si oppongono al ban, poi, godono di una narrazione favorevole degna delle gesta più eroiche, da Sally Yates a L. Robart, per i giornalisti progressisti siamo dinanzi ai nuovi Avengers.

Le telefonate con il presidente messicano Nieto e quella con il premier Australiano? Raccontate come uno psicodramma di un incapace nel tenere rapporti internazionali. E ancora i resoconti sul primo raid delle forze speciali ordinato in Yemen (fallito realmente) hanno posto l’attenzione sulla presunta inadeguatezza di figure come Steve Bannon e Jared Kushner, due personalità la cui partecipazione alle decisioni prese in merito avrebbero offeso le alte cariche della sicurezza nazionale.

Se Donald Trump ha un problema reale, in fin dei conti, non sono tanto i millenials o i membri degli “after work parties” che si riversano nelle strade in queste ore gridando allo scandalo: che il mondo liberal non lo sopportasse era evidente già da prima.

Il vero grande pericolo proviene da dentro, da quel mondo che  fiction come House of Cards o The West Wing hanno rappresentato come spietato, cinico, inaffidabile ed imprevedibile: l’insieme dei tecnocrati della Casa Bianca. A dare un consiglio a Trump, allora, ci ha pensato David Gergen, ex consigliere di Nixon e di altri quattro presidenti: “Nella mia esperienza farebbe molto meglio a rispettare i funzionari che lavorano per lui piuttosto che ignorarli o rimuoverli perché alla fine gli si rivolteranno contro e affonderanno i loro denti nelle sue carni facendogli molto male”. Trump, insomma, impari a collaborare se vuole restare sulla sua sedia.

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