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Il faccia a faccia tra Joe Biden e Vladimir Putin si conclude con la sensazione che sia stata messa una prima pietra nella ricostruzione del dialogo tra Russia e Stati Uniti. Nessuna dichiarazione di amore, nessuno “scoppio” della pace né una vera e propria pacificazione, ma la ricerca di un canale di dialogo che eviti lo scontro.

La sintesi del summit di Ginevra è quella delle parole di Biden, che davanti a due gigantesche bandiere americane ha detto di cercare “relazioni stabili e prevedibili” e che “dobbiamo essere in grado di cooperare” perché “non è nell’interesse di nessuno un’altra Guerra fredda”. Il presidente americano ha posto l’accento sul fatto che non si tratta di “fiducia” ma “di interessi“. E questa puntualizzazione di Biden serve anche a chiarire i veri obiettivi dietro questo summit, che è sembrato molto più cordiale di quanto molti osservatori si potessero immaginare.

Disaccordi evidenti e segnali di distensione

Disaccordi ci sono stati, spiegano sia il capo della Casa Bianca che quello del Cremlino, specialmente sul tema dei diritti umani e degli attacchi cibernetici. Alcune questioni, come l’Ucraina, l’allargamento a est della Nato e il problema della corsa allo spazio (e al cyberspazio) sono rimasti lì sul tavolo e appaiono di difficile soluzione. Su quello gli accenni sono stati pochi, se non appunto il ritorno sul tema Navalnj e  su quella “linea rossa” imposta da Washington e che riguarda la sopravvivenza del dissidente.

Ma sui dossier più “comodi” – come la corsa agli armamenti, il nucleare iraniano, fino al ritorno degli ambasciatori (quindi problema spionaggio) – l’impressione è che Mosca e Washington vogliano costruire un canale di comunicazione costante e con regole precise.

Non la pace, ma una regolamentazione dello scontro

E lo si è visto che anche dal fatto che sia Putin che Biden hanno preferito evitare toni polemici, ritornare su vecchie ruggini o provocare l’avversario sulle tematiche in cui Russia e Usa hanno posizione di evidente disaccordo. Anche le domande piccate dei giornalisti Usa sul tema dei diritti umani sono state glissate dal presidente russo con risposte fredde e molto pacate. E Biden, che veniva dalla gaffe con cui aveva definito “killer” il capo del Cremlino, si è mantenuto estremamente sobrio.

Segnali distensivi di un summit in cui ha prevalso anche la ricerca della forma, e non solo della sostanza. Sorrisi, strette di mano, atteggiamenti distensivi che segnalavano un nuovo modo di comunicare dopo che per settimane si era parlato di rapporti ai minimi termini. Tutto doveva fare intendere che, almeno in apparenza, questo doveva essere il vertice di una prima timida ma importante distensione. E la dichiarazione congiunta sulla stabilità strategica per evitare a tutti i costi una guerra nucleare è un’immagine che, per quanto dal profumo di Guerra Fredda e Anni Ottanta, ha il sapore di chi vuole riconoscersi come interlocutore, di considerarsi entrambi superpotenze responsabili e nemici “d’onore”.

Il problema Cina

Nel mezzo, ovviamente, l’immancabile questione Cina, più volte segnalata da Biden e dalla Nato come vero problema sistemico per l’Occidente a trazione americana. In questi giorni di incontri tra Cornovaglia e Bruxelles, Russia e Cina sono state al centro dei colloqui in vista di una ricostruzione dell’Alleanza atlantica. Ma lo spostamento dell’obiettivo di Washington verso Pechino, implica anche una forma di tregua con Mosca: considerata un avversario, certamente, ma soprattutto dal punto di vista militare. Cosa ben diversa rispetto alla minaccia che, secondo gli Stati Uniti, rappresenta la strategica globale cinese.

In questi anni, l’asse tra Cina e Russia si è rafforzato soprattutto per la chiusura tra Mosca e Occidente. Ma a nessuno sfugge che né a Putin né tantomeno ai russi piaccia un’alleanza totalmente schiacciata sull’Oriente. In questo senso, il summit tra Biden e Putin è anche un avvertimento nei confronti di Xi Jinping, sia da parte americana che da parte russa. Per gli Stati Uniti è un primo tentativo di provare a sganciare la Russia dall’orbita cinese, provando a evitare il consolidamento di questo blocco eurasiatico con Pechino al vertice e Mosca nel ruolo di grande partner militare. Per la Russia, un modo per liberarsi dall’immagine di potenza ormai secondaria rispetto allo scontro tra Cina e Stati Uniti e per evitare di apparire come un impero in declino che deve accettare senza colpo ferire l’avvento del gigante asiatico, nei settori che considera da sempre sotto il proprio controllo: dall’Asia centrale all’Europa orientale fino al Medio Oriente. Il summit di Ginevra è un “lampo di fiducia”, come segnalato da alcuni osservatori, che può essere importante anche sotto questo profilo.