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L’Europa, un tempo protagonista della diplomazia internazionale e custode di un pragmatismo geopolitico unico, sembra oggi relegata a un ruolo subalterno. Con l’inizio della guerra in Ucraina, l’Unione Europea si è lasciata trascinare nella scia strategica di Washington, abbandonando le sue tradizionali politiche di mediazione. Questo allineamento ha imposto costi elevati: economici, energetici, politici e sociali. L’Europa non solo rischia di perdere la sua centralità geopolitica, ma di precipitare in una crisi strutturale da cui sarà difficile risollevarsi.



La subordinazione geopolitica: un’Europa a stelle e strisce

Dal febbraio 2022, la politica estera europea è stata definita a Washington. La narrazione americana, incentrata su una vittoria totale di Kiev, ha annullato ogni possibilità di negoziato, una strategia che contrasta profondamente con la tradizione europea. Leader come Emmanuel Macron, che in passato avevano invocato un’autonomia strategica per il continente, si sono piegati a una linea bellicista, temendo l’isolamento politico all’interno della NATO. Le sanzioni alla Russia rappresentano un esempio lampante di questa subordinazione. L’Europa ha imposto pacchetti di misure senza precedenti, ignorando i rischi di ritorsioni e il peso delle interdipendenze economiche. Nel 2021, il commercio UE-Russia valeva oltre 260 miliardi di euro: la brusca interruzione ha colpito duramente settori chiave, dal manifatturiero all’agroalimentare, mentre Mosca ha trovato nuovi partner, come Cina, India e Turchia. Persino l’esplosione del gasdotto Nord Stream, attribuita ufficiosamente a sabotatori vicini agli interessi americani, non ha suscitato una risposta forte da Bruxelles. La distruzione di un’infrastruttura strategica per l’approvvigionamento energetico europeo è stata trattata quasi come un incidente secondario, confermando la sudditanza politica agli Stati Uniti.

Il boomerang economico delle sanzioni

Le sanzioni, lungi dall’indebolire gravemente Mosca, hanno avuto effetti devastanti sull’economia europea. Secondo i dati della Commissione Europea, il costo del gas per l’industria europea è aumentato in media del 70% tra il 2022 e il 2023. Questo aumento ha reso molti settori industriali non competitivi rispetto ai concorrenti globali. La Germania, pilastro economico del continente, ha visto crollare la sua bilancia commerciale, entrando per la prima volta in deficit dal 1991. L’Inflation Reduction Act (IRA) degli Stati Uniti, con i suoi massicci incentivi per la transizione verde, ha ulteriormente accelerato la fuga di capitali e imprese europee verso l’altra sponda dell’Atlantico. Secondo uno studio della Banca Centrale Europea, tra il 2023 e il 2024 si prevede che almeno 10.000 posti di lavoro nell’industria automobilistica e chimica saranno trasferiti negli USA, attratti da costi energetici dimezzati e vantaggi fiscali.

L’abbandono del gas russo, che copriva il 40% del fabbisogno europeo, ha lasciato il continente nelle mani del gas naturale liquefatto (GNL) americano. Questo cambiamento non solo ha comportato costi più elevati, ma anche una minore sicurezza energetica, poiché il GNL è soggetto a fluttuazioni di mercato globali. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno aumentato le esportazioni di GNL del 68% nel 2023, con prezzi fino a quattro volte superiori a quelli pagati dai consumatori americani.

Un’Europa a rischio deindustrializzazione

Il modello economico europeo, basato su alta produttività e costi energetici competitivi, è in crisi. La deindustrializzazione, fenomeno già avviato prima della pandemia, ha subito un’accelerazione. Settori chiave come l’industria automobilistica, la chimica e la siderurgia tedesca stanno perdendo terreno a causa di una combinazione di energia costosa, dumping americano e concorrenza cinese. Un esempio emblematico è il settore automobilistico. La Cina, principale esportatore mondiale di veicoli elettrici, ha conquistato una quota significativa del mercato europeo, con una crescita delle importazioni pari al 70% nel 2023. La risposta dell’UE, con l’introduzione di dazi anti-dumping, rischia però di peggiorare la situazione. La Cina ha già avviato rappresaglie selettive contro prodotti europei simbolo, come il vino francese, mostrando la capacità di Pechino di sfruttare le divisioni interne dell’Europa.

L’ombra di Trump e il futuro incerto

Dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump lo scenario per l’Europa potrebbe ulteriormente deteriorarsi. Trump ha già dichiarato di voler ridurre il supporto militare a Kiev e concentrarsi sugli interessi americani, lasciando l’Europa a gestire da sola una guerra che non può vincere né interrompere. Questo approccio, unito a nuovi dazi protezionistici, minaccia di isolare ulteriormente l’UE, rendendola dipendente da un mercato americano sempre più chiuso e competitivo.

Il nuovo ordine mondiale e il declino europeo

Mentre l’Europa fatica a rispondere alle sfide, il resto del mondo si riorganizza. La Cina espande la sua influenza attraverso la Belt and Road Initiative, attirando alleanze in Africa, Asia e America Latina. Le economie emergenti del Sud globale stanno ridefinendo le dinamiche di potere globale, emarginando l’Europa. L’Africa, in particolare, si allontana dall’UE per abbracciare partnership più vantaggiose con Cina e Russia. In questo contesto, l’Europa appare bloccata in una crisi identitaria: incapace di liberarsi dalla tutela americana, ma anche di costruire una politica estera indipendente e credibile. La marginalizzazione geopolitica è evidente: non più attore centrale, ma spettatore in un mondo multipolare.

Conclusione: un’Europa tra speranza e decadenza

L’Unione Europea si trova di fronte a un bivio: può scegliere di rafforzare la propria autonomia strategica, riconquistando un ruolo centrale nel nuovo ordine mondiale, oppure continuare a seguire passivamente una strada che la condanna alla marginalità. Questo richiede scelte coraggiose: una politica energetica basata sulla diversificazione reale, una difesa dell’industria europea contro il dumping globale e una diplomazia che superi la logica della contrapposizione ideologica. Il rischio, però, è che l’Europa si riveli incapace di superare le sue divisioni interne, perdendo l’occasione di riaffermarsi come potenza globale. In un mondo in rapido cambiamento, l’inerzia è una condanna. E il tempo per agire sta finendo.

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