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Politica

Nella rissa con Trump sulla Groenlandia la Ue si gioca l’anima (se ce l’ha)

Anni e anni i atlantismo da junior partner ci hanno trasformati in vassalli. La Groenlandia come il Venezuela?
Groenlandia

La verità sull’Europa? Poteva dirla solo un non europeo imbevuto di cultura europea come il premier canadese Mark Carney, un banchiere che prima di approdare alla politica è stato governatore della Banca d’Inghilterra e della Banca centrale del Canada. Dello straordinario discorso di Carney davanti alla platea di Davos ha già raccontato benissimo Roberto Vivaldelli in queste pagine e non è il caso di aggiungere nulla. Recupero qui solo uno dei passi più significativi: “Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa… Sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato e della vittima… Questa finzione era utile [per i beni forniti dall’egemonia americana]… Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai riti. E in gran parte abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà”. Ovvero: sapevamo che il discorso sui valori e la libertà era finto, che partecipavamo a delle vere porcherie (chissà se Carney aveva in mente l’Iraq, la Libia, la Siria, il Venezuela… chissà, n.d.r.) ma ci conveniva e quindi abbiamo fatto come se nulla fosse.

È un’ammissione importante. Sarebbe stato meglio che fosse arrivata in tempi non sospetti, quando chi provava a cantare fuori dal coro era ipso facto descritto come un nemico dell’Occidente e della patria, complice di volta in volta di Saddam, di Assad, di Putin, di Maduro. Arriva adesso, meglio che niente. Adesso, però, vuol dire quando anche l’Europa (vedi Nord Stream, vedi armi all’Ucraina, vedi dazi, vedi Groenlandia) prende sempre più spesso gli schiaffoni dello zio Sam. E a parte prendersela con Donald Trump, definendolo di volta in volta pazzo, disperato, paranoico, imperialista e tanto altro, nessuno sembra farsi le domande più urgenti. Perché anche l’Europa? E perché ADESSO?

Le due domande, alla fin fine, hanno una risposta comune: perché il mondo cambia. Mentre noi europei, per secoli tanto dinamici e intraprendenti, siamo fermi. In fondo, credendo di dire una cosa positiva, è ciò che ammetteva Josep Borrell, responsabile della politica estera Ue nel primo mandato Von der Leyen, quando diceva che l’Europa è un giardino circondato da giungle. Il giardino, con la sua erbetta fine fine e le siepi potate il giusto, fermo. La giungle in impetuoso e selvaggio sviluppo.

Proviamo a tornare indietro di trent’anni. Nel 1995 io vivevo a Mosca e se mi avessero detto che la Russia aveva, allora, l’audacia o l’incoscienza di sfidare gli apparati militari ed economici dell’Occidente in una guerra aperta come quella che da quattro anni devasta l’Ucraina, avrei riso per non piangere. Mi sarebbe bastato guardarmi intorno, dare un’occhiata ai mercati e ai negozi, ai treni o agli aerei, parlare con la gente per capire che era una fanfaluca. Nel 1995 le forze armate russe faticavano a trovare un minimo di fondi, i ranghi venivano sfoltiti a forza per risparmiare e le attrezzature lasciate alla ruggine. Tra l’altro, proprio nel gennaio del 1995 l’esercito russo si era lanciato all’offensiva contro la Cecenia indipendentista, facendosi intrappolare in una battaglia per Grozny che fu un disastro. Altro che guerra con l’Ucraina e l’Occidente. Ma oggi, trent’anni dopo, non è più così: siamo noi ad aver paura di un’invasione russa, siamo noi a varare un piano di riarmo da 800 miliardi.

Più o meno in quell’epoca feci il mio primo viaggio in Cina. L’ultimo l’ho fatto qualche anno fa, e in questo mi capitava di chiedermi se fossi tornato nello stesso Paese. Se trent’anni fa ci avessero detto che la Cina sarebbe stata all’avanguardia mondiale nella diagnosi precoce dei tumori con l’Intelligenza artificiale, come ci ha raccontato qui Federico Giuliani, non ci avremmo creduto. Trent’anni fa il Pil pro capite in Cina era di 360 dollari, oggi è di 13.800, 38 volte di più. È vero che quando si parte dal basso la crescita fa più impressione, però stiamo parlando 1 miliardo e 414 milioni di persone (l’Europa comunitaria ha 447 milioni di abitanti).

Non proprio trent’anni fa ma 25, la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali era del 71%, oggi è del 57%. Trent’anni fa, nel 1995, la quota del dollaro nelle transazioni Swift era tra l’80 e il 90% del totale, secondo i diversi metri di valutazione; oggi non arriva al 59%. D’altra parte, 9 delle prime aziende tech del mondo sono americane. Unica eccezione la taiwanese TSMC, colosso mondiale dei semiconduttori. La prima europea è la tedesca SAP (13° posto), comunque preceduta anche dalla cinese Tencent (11°).

E quindi, per dirlo alla buona come i nostri nonni: il mondo cambia. Non è che noi europei non siamo cambiati, in questi trent’anni qui presi ad esempio. Ma meno degli altri. Abbiamo pensato che appiattirsi nell’ombra degli Usa (collaborando anche alle loro porcherie, come ha detto il premier canadese Carney) potesse bastare per continuare a godersi pace e benessere. D’altra parte: l’Urss era crollata, la Cina copiava per rivendere a metà prezzo, il fratellone americano ci teneva la mano sul capo… che cosa poteva succedere di brutto? A furia di goderci la vita ci siamo snervati e indeboliti. Esercito europeo? Non sia mai, c’è la Nato. Tutti dentro, e di colpo, i Paesi dell’Est perché ce lo chiedeva il fratellone: cosa buona e giusta, ma fatta così? E davvero nessuno immaginava che quei Paesi, usciti dal trauma di 74 anni di dominio sovietico, si sarebbero tenuti cari gli Stati Uniti bene armati piuttosto che la grassa e fiacca Europa, vista piuttosto come una mucca da mungere? Però gli Usa ci servivano, quindi tutti zitti. Anche quando volevano convincerci (e a giudicare dai giornali e da certi politici ce l’hanno fatta) che comprare gas a buon prezzo dalla Russia era “servitù”, mentre ora comprarlo a prezzo alto da loro è indipendenza. Tanto che quando hanno mandato gli ucraini a far saltare il Nord Stream c’è chi ha detto loro grazie (vero caro Sikorski, ministro degli Esteri della Polonia) e nemmeno la Germania, la prima a prenderselo in quel posto, ha provato ad alzare la voce.

E insomma, di anno in anno ci siamo così auto-umiliati in nome di un ridicolo atlantismo da junior partner che nel momento del bisogno, cioè adesso, gli Stati Uniti di Trump hanno pensato che invece di rompersi i denti cercando di azzannare la Cina o rimetterci una zampa facendo a botte con la Russia era più facile prendersi, che so, il petrolio del Venezuela o la Groenlandia della Danimarca, due bocconi considerati parimenti easy. Non per caso ieri, a Davos, Trump ha evocato più volte l’impresa venezuelana proprio a proposito della Groenlandia. Come dire: potremmo farlo anche lì.

E se c’è una cosa certa è che per gli Usa il “momento del bisogno” è proprio arrivato. Con un debito di 38,5 trilioni, ulteriormente cresciuto nel primo anno di presidenza Trump, e un deficit commerciale con la Cina di 280 miliardi l’anno e con la Ue di 198 miliardi (per metà compensato dall’export di beni e servizi), a dire che gli Usa stentano a produrre merci, che altro puoi fare se non utilizzare big tech e i dollari per rinforzare le forze armate e con quelle mettere pressione a tutto il mondo, per continuare a sifonare risorse a destra e a manca? Come diceva Carney, quando toccava agli altri o davamo una mano anche noi o facevamo finta di niente. Ora che tocca a noi, non credo che i popoli dell’America Latina o del Medio Oriente restino svegli la notte a pensare a quanto siamo sfortunati.

Arrivati a questo punto, o scaviamo per sprofondare ancora o puntiamo i piedi per provare a risalire. E tocca a noi, solo a noi. La NATO non c’entra, checché ne dica Trump. E poi con quel clown di Mark Rutte, che ci ha già detto di non perdere tempo con la Groenlandia perché il nostro compito è “pagare caro” (ricordate il suo Sms entusiasta a Trump?) e occuparci dell’Ucraina, non c’è speranza. Qui ci sono gli Stati Uniti che, al posto di prendersi l’Iraq o il Venezuela, vogliono la Groenlandia, cioè un pezzo di Danimarca, cioè un pezzo di Europa. C’è qualcosa che vogliamo fare per noi, prima ancora che per la Groenlandia, o no?

Tutto ciò che riguarda l’Europa ci riguarda nel profondo. È la nostra casa. Noi di InsideOver cerchiamo di guardare alle sue vicende senza preconcetti, e al modo in cui è governata senza falsi pudori o timidezze. Sei con noi in questo atteggiamento? Partecipa, diventa uno dei nostri, abbonati subito!

 

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